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BioInItaly Report 2012 - Innovazione - EY - Italia

BioInItaly Report 2012

Innovazione per una crescita sostenibile

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Impatto delle biotecnologie sui diversi settori industriali (Fonte: elaborazioni EY)

Analisi per localizzazione geografica, imprese biotech

La bioeconomia è la sfida che l’Europa sta raccogliendo per l’affermazione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile

Sono sempre più numerose le aziende che integrano prodotti e tecnologie biotech nei propri processi produttivi, al fine di migliorarne la qualità e la resa, e di diminuirne l’impatto ambientale. Nessun processo produttivo risulta, infatti, meno invasivo sull’ambiente di quello dei processi naturali dai quali, non a caso, le biotecnologie originano.

Il biotech come meta-settore

Le biotecnologie rientrano a pieno titolo nelle cosiddette Key Enabling Technologies (KET), la cui prerogativa è l’aumento della produttività di un sistema, attraverso il miglioramento dell’efficienza dei processi esistenti.

Oltre che nei settori red, white e green, le biotecnologie trovano crescente applicazione anche in altri comparti industriali; per questo si parla sempre più spesso del biotech come di un meta-settore.

Impatto delle biotecnologie sui diversi settori industriali (Fonte: elaborazioni EY)

Non a caso, l’OCSE prevede che, nel 2030, le biotecnologie avranno un peso rilevante nella produzione dello 80% dei prodotti farmaceutici, del 35% dei prodotti chimici e industriali e del 50% dei prodotti agricoli, per un valore diretto stimato del 2,7% del PIL globale.

Nessun processo produttivo può avere un impatto meno invasivo sull’ambiente di quello dei processi naturali dai quali, non a caso, le biotecnologie hanno origine. Da qui il crescente interesse da parte dell’industria a utilizzare tecnologie biotech. Solo per citare qualche esempio: il passaggio alla produzione di antibiotici per via fermentativa ha ridotto del 50% il consumo di energia e del 65% le emissioni inquinanti; valori che arrivano a superare il 90% nel caso della produzione della vitamina B2. Il prossimo traguardo è sostituire il petrolio.

L’OCSE prevede che nel 2030 le biotecnologie per la salute umana saranno superate dalle biotecnologie industriali e agroalimentari, che varranno per il 75% del valore aggiunto lordo dell’intero settore biotecnologico. In Europa il fatturato generato dai prodotti bio-based, che nel 2007 ammontava a € 48 miliardi (3,5% dei ricavi totali da prodotti chimici), si attesterà quest’anno su un valore di circa € 135 miliardi (7% dei ricavi totali da prodotti chimici), che saliranno a € 340 miliardi (15,4% dei ricavi totali da prodotti chimici) nel 2017.

Industria alimentare

L’industria alimentare si affida sempre più spesso alle biotecnologie; si stima che, entro il 2015, circa la metà della produzione globale di cibi, mangimi e sementi industriali deriveranno da varietà vegetali sviluppate utilizzando una o più applicazioni biotecnologiche.

Il ruolo delle biotecnologie innovative nelle produzioni alimentari è giocato a due diversi livelli e precisamente:

  • nel miglioramento della quantità e della qualità dei prodotti di origine vegetale (cereali, ortaggi, frutta) e animale (latte, carne, uova);
  • nel miglioramento dell’uso, della trasformazione e della conservazione di materie prime e derivati alimentari.

Industria chimica

Le applicazioni biotech nell’industria chimica italiana valgono oggi il 3,5% del fatturato dell’intero settore. tale trend è destinato ad aumentare nei prossimi anni; quello chimico è, di fatto, uno dei comparti che meglio ha integrato le tecnologie biotech, sviluppando specifici bio-processi industriali nei più svariati ambiti: dal tessile ai detergenti, dalla cosmetica ai polimeri, dalla carta alla mangimistica, dalle vernici all’alimentare, dal trattamento dei rifiuti a quello delle pelli, e in molti altri ancora.

Industria farmaceutica

Nel corso degli ultimi trenta anni sono state, infatti, sviluppate numerose metodiche biologiche, grazie alle quali è stato possibile mettere a punto molti farmaci biologici, o biofarmaceutici. Basta ricordare che, utilizzando la sola tecnologia del DNA ricombinante, è stato possibile sviluppare e validare più di 300 proteine ricombinanti con attività terapeutica per l’uomo, quali ad esempio: l’insulina, la somatotropina, gli interferoni, i fattori di crescita, i fattori della coagulazione del sangue, l’eritropoietina e molti altri.

Le biotecnologie intervengono, tuttavia, anche nello sviluppo dei tradizionali farmaci di sintesi. Sempre più spesso, infatti, anche i composti di sintesi chimica, tra cui quelli a basso peso molecolare, sono selezionati e testati, già nelle prime fasi di discovery e preclinica, mediante l’uso di metodi di biologia molecolare, più rapidi e meno costosi. È stato calcolato che, nel 2011, il fatturato dei farmaci biotech per la cura dell’uomo rappresenta, sul solo mercato italiano, il 27% di quello dell’intero settore farmaceutico (€ 25 miliardi), per un valore di circa € 6,8 miliardi. Per il settore veterinario il fatturato derivante dalle biotecnologie pesa, invece, per il 14% (€ 85 milioni).

Considerando il fatturato annuo dei soli settori chimico, farmaceutico e cartario, sulla base dei dati Istat - Ateco 2007 e Assocarta 2009, è possibile evidenziare come in Italia l’impatto del biotech valga all’incirca lo 0,7 % del PIL.

Le politiche di sostegno all’innovazione: la realtà italiana nel contesto europeo

La ricerca in Italia

Nonostante il nostro Paese vanti un’eccellente tradizione scientifica, la ricerca italiana non arriva ancora a competere con quella degli Stati Uniti e dei maggiori Paesi europei. Non stupisce quindi che nel 2011, il nostro Paese si sia classificato solo ventiquattresimo in Europa per percentuale di investimenti in R&S rispetto al PIL, con una spesa di € 1.830 miliardi, sostenuta dal solo comparto industriale. E le stime attuali sembrano riconfermare questo dato anche per il 2012. Analogamente, il numero totale di addetti dedicati alla ricerca e il numero di brevetti depositati lo scorso anno rimangono al di sotto della media degli altri Paesi OCSE.

Tuttavia l’Italia mantiene un elevato profilo di competitività a livello globale. Infatti, le pubblicazioni italiane citate una volta su venti, sono pari al 3% delle pubblicazioni mondiali; ciò porta il nostro Paese a classificarsi ottavo dopo la Gran Bretagna (7%), la Germania (7%) e la Francia (6%). Anche in base al parametro IRSA (Impact Relative to Subject Area), che esprime l’impatto di una produzione scientifica, inteso come numero di citazioni, rispetto all’impatto atteso nell’area di riferimento, l’Italia si posiziona al nono posto in tutti gli ambiti di ricerca direttamente attinenti alle biotecnologie quali, per citarne alcuni, Biology & Biochemistry, Molecular biology & Genetics, Microbiology.

Questi risultati dipendono dalla ottima produttività dei ricercatori italiani, e dalla straordinaria capacità delle nostre imprese biotecnologiche di ottimizzare gli investimenti in R&S, attraverso un’attenta allocazione delle risorse disponibili.

Incentivi all’impresa e all’innovazione

Diversamente da quanto accade in altri stati europei, l’Italia non prevede specifici incentivi fiscali per le imprese operanti nel biotech, che sono pertanto soggette al regime di tassazione ordinaria sulle società di capitale.

Per quanto attiene alla possibilità di riportare le perdite fiscali a esercizi futuri, la normativa italiana è recentemente cambiata. Il D.L. 98/2011 prevede, infatti, che la perdita di un periodo di imposta possa essere computata in diminuzione del reddito dei periodi di imposta successivi, in misura non superiore allo 80% del reddito imponibile di ciascuno di essi, e per l’intero importo che trova capienza in tale ammontare.

È stato inoltre eliminato il limite temporale di cinque anni per il riporto delle perdite. Quanto alle perdite registrate nei primi tre periodi di imposta (le cosiddette perdite di start-up), non vi sono limiti alla possibilità di compensarle con gli utili degli esercizi futuri, sia in termini di tempo che di misura (100%). Desta preoccupazione, invece, l’ampliamento della nozione di “società di comodo” introdotto con la cosiddetta “Manovra bis 2011” (D.L.138/2011). Il provvedimento equipara, di fatto, le società che per tre periodi d’imposta consecutivi hanno dichiarato una perdita fiscale a società non operative, ovvero di comodo (articolo 30, legge 724/1994).

Tale normativa è particolarmente penalizzante per le imprese biotech per le quali – considerati i tempi della ricerca - è normale il dover sopportare perdite per diversi anni, prima di registrare un utile di esercizio. Rispetto alle misure adottate in diversi Paesi europei per attrarre talenti, o personale altamente qualificato, i provvedimenti varati in Italia sono sempre stati di scarsa portata, e limitati alle sole università. È quindi degna di nota l’introduzione del decreto sul bonus fiscale per il “rientro dei cervelli” in Italia, varato nel giugno 2011 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, in attuazione della Legge 238/2010. Tale decreto, individua tra i beneficiari del bonus i cittadini dell’Unione Europea nati dopo il 1° gennaio 1969, che siano assunti o avviino un’attività di impresa in Italia, dopo avere risieduto negli ultimi due anni o più all’estero, svolgendo un’attività di lavoro dipendente o di impresa. I lavoratori che verranno, o rientreranno, in Italia potranno contare, fino al 31 dicembre 2013, su una sostanziosa riduzione del prelievo Irpef o Ires: i redditi da loro percepiti, saranno, infatti, imponibili nella misura del 20% per le donne, e del 30% per gli uomini.

Per quanto attiene a possibili misure a sostegno degli investimenti in capitale di rischio, sembrano invece aprirsi prospettive più interessanti. Il Decreto Legge 98/2011 prevede, infatti, specifici incentivi fiscali per i soggetti che investono in fondi di Venture Capital dedicati a società innovative, costituite da non più di tre anni. I capital gain che originano da tale partecipazione non sono soggetti a tassazione.

Introdotto in Italia nel 2007, il credito di imposta ha certamente costituito uno strumento importante per sostenere la ricerca industriale e la collaborazione tra accademia e industria. Tuttavia, il cosiddetto “Decreto sviluppo” (D.L. 70/2011), ne ha modificati in via sperimentale, per gli anni 2011 e 2012, i contenuti al fine di incoraggiare le imprese a investire in progetti di ricerca svolti da Università o enti pubblici di ricerca. Il credito riconosciuto è pari al 90% della quota di investimenti che eccede la media dei costi di R&S sostenuti nel triennio 2008-2010, ed è fruibile in tre tranche annuali a decorrere da ciascuno degli anni 2011 e 2012.

Il meccanismo dei contributi governativi alla ricerca pubblica e privata, si articola su due strumenti ministeriali: il Fondo per l’agevolazione alla ricerca (FAR) e il Fondo speciale rotativo per l’Innovazione Tecnologica (FIT). Il FAR sostiene la ricerca industriale, indipendentemente dal settore di applicazione, e prevede un finanziamento a tasso agevolato e un contributo diretto alla spesa, a fondo perduto. Il FIT interviene prevalentemente a sostegno della ricerca sperimentale, in settori diversi, e prevede anche un contributo in conto interessi.

Mancano tuttavia programmi di finanziamento agevolato che trovino a garanzia consorzi di matrice pubblico-privata, o che originino da iniziative per le quali l’intervento pubblico limiti il rischio-esposizione degli istituti di credito e agisca da propulsore per lo sviluppo dell’innovazione. Per quanto riguarda l’innovazione in generale, estendendo il confronto delle prestazioni europee a livello globale, quasi tutti i Paesi UE hanno migliorato la propria posizione, anche se il tasso di crescita è più basso rispetto agli anni precedenti.

L’Italia si posiziona tra i Paesi innovatori moderati. I Paesi europei leader nell’innovazione possono contare su solidi sistemi nazionali di ricerca e innovazione, in cui il sostegno economico e la collaborazione pubblico-privato rivestono un ruolo essenziale

Limiti e opportunità del sistema dell’innovazione in Italia

Il sistema Italia presenta limiti oggettivi alla possibilità di generare innovazione. In primo luogo, i costi dei brevetti rimangono estremamente elevati, soprattutto per le realtà più piccole, tra le quali molte start-up di origine accademica, con il conseguente abbandono di numerosi brevetti e l’improprio vantaggio che imprese terze, estranee al processo di R&S, possono trarre dall’innovazione altrui.

L’incidenza maggiore sul costo del brevetto europeo è dovuta alle spese di validazione che, di fatto, non conferiscono valore aggiunto al brevetto stesso. Su proposta di 25 su 27 dei Paesi membri della UE, il Consiglio Europeo ha concesso l’adozione di una procedura di cooperazione rafforzata per l’istituzione del brevetto comunitario redatto in una delle tre lingue ufficiali dell’Unione (inglese, francese, tedesco).

L’eventuale designazione unica nella sola lingua inglese del nuovo brevetto comunitario, consentirebbe una riduzione di costi stimata in circa € 20 milioni l’anno ogni 50.000 nuovi brevetti, mentre nel caso in cui venissero adottate tre lingue comunitarie, i costi si ridurrebbero fino al 70%. L’introduzione del brevetto comunitario non escluda l’attuale brevetto europeo, al quale le imprese che intendono brevettare l’invenzione in pochi paesi possono, infatti, continuare a ricorrere.

Rispetto ai Paesi anglosassoni la ricerca italiana mostra limitata sensibilità alla possibilità di fare businessa partire dall’innovazione generata nei propri laboratori. L’esperienza italiana non è tuttavia paragonabile a quella del Transfer Strategy Board, promosso dal Ministero della Ricerca inglese.

Particolarmente critici sono poi i tempi di accesso ai finanziamenti che rimangono lontani dai parametri europei, e risultano troppo spesso incoerenti con le tempistiche indicate dalle aziende in sede di pianificazione delle attività di ricerca. Per l’accesso ai finanziamenti FAR, per esempio, sono previsti numerosi passaggi formali che, nel migliore dei casi, non si concludono prima di 20-24 mesi, mentre per i bandi FIT la procedura ha una durata compresa tra i 15 e i 24 mesi.

Inoltre, l’Italia non ha ancora riconosciuto alle nostre imprese di micro e piccola dimensione, che costituiscono quasi lo 80% dell’intero biotech italiano, lo status di Piccola Impresa Innovativa (PII). Si tratta di un istituto ammesso dalla stessa normativa UE, la cui adozione consentirebbe di applicare a un ambito numericamente contenuto di imprese, da selezionarsi in base a parametri sostanziali e rigorosi, incentivi e agevolazioni ad hoc, nel pieno rispetto degli strettissimi vincoli di bilancio che il nostro Paese si trova a dovere rispettare.

Altrettanto urgente, al solo fine di aumentarne l’efficacia, sarebbe intervenire su alcuni meccanismi applicativi dell’attuale ordinamento del credito d’imposta, assicurandone la continuità nel tempo ela stabilità delle regole, così da consentire anche alle imprese italiane di pianificare le proprie attività di R&S e gli ingenti investimenti che a esse si accompagnano, in un contesto di maggiore certezza e fiducia.

Infine, sulla base degli incentivi fiscali adottati dalla quasi totalità dei Paesi europei, sarebbe raccomandabile la riduzione, o la completa eliminazione della tassazione dei ricavi che originano dalla cessione - o dalla concessione in licenza - di brevetti, almeno limitatamente alle piccole medie - imprese.


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