Comunicato stampa

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La crisi del debito sovrano ostacola la crescita economica della zona euro

Il mercato è stagnante nel Sud Europa; nel Nord la crescita del PIL dipende dalle esportazioni.

 

Milano, 24 giugno 2010 - Imminenti pericoli possono essere scongiurati, ma, secondo lo studio trimestrale Eurozone Forecast di EY (EEF), la crisi è tutt'altro che passata nella zona euro. L'EEF ha corretto al ribasso le sue previsioni di crescita di quest’area fino allo 0,8% per quest'anno e all’1,3% per il 2011. Inoltre, fino a quando la zona euro non metterà seriamente in atto le riforme strutturali che costituiscono la base delle grandi sfide che deve affrontare, i rischi di una perdita economica decennale come quella del Giappone nel 1990, sono notevoli, soprattutto per i paesi del Sud Europa.

 

Marie Diron, Senior Economic Advisor dell’Eurozone Forecast di EY ha dichiarato: "Le ripercussioni della crisi del debito sovrano implicheranno una crescita economica nella zona euro che sarà dell’1-2,5% annuo inferiore rispetto a quella degli Stati Uniti per i prossimi cinque anni. L'impatto sull'occupazione è altrettanto sorprendente. Mentre durante il 2010-14, l'economia americana creerà oltre 10 milioni di nuovi posti di lavoro, nella zona euro i livelli occupazionali cambieranno di poco".

 

"La crisi del debito sovrano ha colpito molto duramente un'economia già fragile nella zona euro – spiega Donato Iacovone, Country Managing Partner di EY in Italia - Le imprese di tutta Europa si rivolgono ai governi e alle istituzioni paneuropee per una leadership stabile e il coordinamento politico. La sopravvivenza non può essere considerata una possibilità per un’Europa che vuole essere protagonista a lungo termine dello scenario economico mondiale".

 

Un decennio perso per il Sud Europa? 
Dati i più drastici piani di riduzione del deficit in Grecia, Spagna e Portogallo, annunciati a maggio,
 è ora ancora più marcata quell'Europa a due velocità già prevista dall’EEF di aprile. Mentre la crescita del PIL nei principali paesi della zona euro nel Nord Europa (Germania, Francia, Paesi Bassi e Belgio) dovrebbe raggiungere in media l’1,7% all'anno nel 2010-12, l’EEF prevede una crescita negativa del -0,1% annua nello stesso periodo nel Sud Europa.
Come conseguenza, il PIL pro capite in Grecia scenderà dal 89% della media della zona euro nel 2007 all’83% nel 2012. In Spagna, invece, scenderà dal 93% della zona euro all’88%, un livello registrato l'ultima volta nel 1998.
Diron ha dichiarato: "Il Sud va verso una crescita molto bassa o addirittura negativa non solo per uno o due anni, ma per diverso tempo. Nonostante l'Irlanda, spesso paragonata ai suoi vicini mediterranei, si riprenderà a partire dal 2011, la Grecia, la Spagna e il Portogallo, secondo le previsioni, non torneranno ai livelli di attività pre-crisi fino al 2014".

 

Notevole è il distacco del Nord Europa

La previsione mostra che le prospettive del Nord Europa sono relativamente ottimiste per due ordini di ragioni. In primo luogo, paesi come Germania e Paesi Bassi beneficiano di livelli di forte competitività grazie ad anni di solida crescita produttiva e di moderazione salariale e sono ben posizionati per poter sfruttare i benefici di una ripresa a livello globale.

 

In secondo luogo, il risanamento dei conti di cui necessita il Nord, seppur consistente, è ancora gestibile e i governi possono proseguire con la politica di riduzione del deficit senza troppe conseguenze sulla crescita.


 

L'Euro continua a indebolirsi e tassi di interesse fino al 2011

L’EEF prevede che l'euro scenderà a 1,05 $ USA entro la fine del prossimo anno, prima di risalire leggermente con una crescita della zona euro. In termini pratici, rispetto ad un paniere di valute che rappresenta la struttura commerciale della zona euro, questo dato significa che l'euro si deprezzerà di circa il 20% dal suo picco di fine anno.

Diron he spiegato, "Le attuali preoccupazioni sulla sostenibilità fiscale di alcuni paesi della zona euro e la loro riluttanza ad affrontare i problemi alla radice, stanno opprimendo l’euro che è attualmente inferiore a 1,20 $ USA, facendo così registrare il suo valore più basso dall'inizio del 2006 ed è quasi il 20% inferiore al suo valore all'inizio del 2010".
Date le prospettive di una debole ripresa e l'assenza di rischi inflazionistici, l’EEF ritiene che la BCE manterrà invariati i tassi di interesse fino a metà del 2011.

 

Nessuna rapida ripresa degli investimenti

Questo non si tradurrà ancora in una ripresa economica. L’EEF prevede un ulteriore calo del 2,8% degli investimenti delle imprese nel 2010 dopo una drammatica caduta del 14% dello scorso anno. A partire dal 2011 le previsioni anticipano una crescita moderata, ma allo stesso tempo sottolineano che gli investimenti delle imprese si ristabiliranno ai valori pre-crisi non prima del 2014.

 

Scenario negativo per la disoccupazione e la spesa dei consumatori

Le incertezze circa le prospettive economiche costringeranno le imprese a rinviare nuove assunzioni. Non ci sarà nessun calo del tasso di disoccupazione in tutta la zona euro fino al 2012 e anche con il calo al 9,4% previsto per il 2014, ci troveremmo di fronte ad un valore più alto del 2% rispetto al 2007. Il numero dei disoccupati salirà ulteriormente con un picco di 16,8 milioni nel primo semestre del prossimo anno rispetto al livello attuale che conta poco meno di 16 milioni di senza lavoro.

 

Insieme, i tagli sui benefit e/o all’aumento delle imposte in molti paesi, porteranno ad un debole incremento delle entrate. Di conseguenza, si prevede che i consumi privati saranno sostanzialmente stabili durante quest'anno e allineati ai bassi livelli registrati lo scorso anno. Anche nel 2011, la crescita dei consumi è stimata al di sotto dell'1%, con una crescita graduale verso l’1,8%.

E il futuro? 
Secondo l’EEF, sono necessarie imponenti riforme per garantire che vengano attenuati gli enormi squilibri e colmate le carenze strutturali. La crisi del debito sovrano, inoltre, ha messo in luce le profonde spaccature all’interno delle istituzioni della zona euro che necessitano di un coordinamento politico finalizzato a realizzare una coesione monetaria più sostenibile.
Diron ha concluso: “Se da un lato ripristinare la solidità delle finanze pubbliche è una primaria necessità, l'attuale tendenza a ridurre i deficit in maniera molto rapida, anche da parte di quei paesi che non hanno alcun problema a finanziare i disavanzi e rifinanziare il proprio debito, rischia di essere controproducente. In particolare, i paesi che possono permettersi di ridurre i loro deficit più gradualmente, dovrebbero farlo, per contribuire a sostenere in generale la crescita della zona euro e in particolare quella del Sud Europa".

Commento a cura del Prof. Riccardo Paternò, Presidente EY Business School

L’Europa, a cavallo della fine del 2009 e gli inizi del 2010, si interrogava essenzialmente sul tema della crisi finanziaria e della prevedibile durata dei suoi effetti. E così l’Outlook del primo trimestre teneva conto della coda degli impatti fortemente negativi di quella crisi, delle inefficienze strutturali della nostra economia, e dei primi dati di ripresa. Ne emergeva un quadro variegato  in cui i pesanti  dati consolidati del 2009 (produzione industriale -17,6%; utilizzo degli impianti, 64%; Pil, -5,1%; export, -18%; tasso di disoccupazione 7,8%; investimenti, -12,2%; deficit/Pil, 5%; debito/Pil, 115%; ecc), facevano da premessa a delle caute previsioni di ripresa del ciclo. Subito dopo, è scoppiata la crisi del debito sovrano, la Grecia ha rischiato il default e l’Europa, incomprensibilmente, ha atteso circa due mesi prima di prendere le sue decisioni che sembrano aver scongiurato per ora il peggio.

Ma la crisi della Grecia, ha messo in luce le carenze strutturali della costruzione dell’Unione Europea, ha  innestato un cambio di passo nella politica economica europea e aperto perciò un acceso dibattito anche teorico. Di tutto ciò, questa breve nota non può dare che semplici cenni, ma poiché le nuove previsioni dell’Outlook for Italy della EY Eurozone Forecast., e quelle di altri Istituti Finanziari Internazionali e Centri di Ricerca risentono pesantemente degli eventi di cui sopra, il ricordare tali eventi ci sembra essenziale.

Innanzitutto, la crisi greca ha trasferito dai testi economici alla pratica dei mercati, la percezione che la costruzione europea nasce sbilenca. Avere una moneta unica ed un mercato unico, ma avere contemporaneamente enne politiche fiscali, significa esporre a rischi non banali tutta l’Unione Monetaria. Infatti, se un paese persegue politiche di bilancio troppo accomodanti, non solo fa un danno a se stesso perché si ampliano gli spread sui titoli che emette per rifinanziare il proprio debito, ma fa anche un danno all’intera Europa perché mina la solidità del comun denominatore di tutti: l’euro. Quindi bisognerebbe fare il passo finale, ma ciò per ora non accade e, per tamponare la crisi, l’Europa, cambiando passo, ha messo in cantiere due misure. Una congiunturale, con un fondo di 700 mld di euro destinato a comprare titoli di paesi in difficoltà, ed una strutturale, con l’imporre dure politiche di aggiustamento e obblighi più stringenti di coordinamento.

Tutto giusto? Il senso di marcia di questa accelerazione, è da tutti condivisa? Al di là della considerazione che la fragilità finanziaria di un paese dovrebbe essere misurata tenendo conto anche del debito del settore privato, ed al di là della quasi unanime constatazione che tali politiche restrittive non dovrebbero essere perseguite dai paesi con i conti sostanzialmente a posto, il cui ruolo  dovrebbe essere quello di spinta all’economia europea, il tema del se sia opportuno o meno approntare delle severe politiche di aggiustamento in una situazione di forte debolezza economica, ha acceso subito  un forte dibattito economico cui l’Outlook, con i suoi dati, può offrire indirettamente qualche elemento.      

P. Krugman, ha scritto:” operare drastici tagli alla spesa pubblica nel corso di una grave depressione economica è un metodo costoso ed inefficace per ridurre il debito dello Stato….perchè deprimono l’economia …e frena il gettito”. E 100 economisti italiani hanno scritto una lettera aperta al Governo che inizia così: “La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli …., né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli. Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dall’Unione Monetaria Europea”. Il tema, come si vede, non è marginale.

Naturalmente non è questa la sede per prendere posizione sull’argomento, (fra l’altro, c’è anche chi è in proposito più cauto, come R. Skidelsky), e si può anche argomentare che la percezione dell’aggiustamento può far invertire le aspettative sulla solidità futura dell’economia e quindi rilanciare  il ciclo, ma se scorriamo i dati dell’Outlook di pochi giorni fa, e li confrontiamo con quelli precedenti alla crisi dei debiti sovrani, non ci sono dubbi che quanto è successo in queste ultime settimane ha lasciato il segno. E purtroppo, un segno negativo.

E di fatti, per quanto riguarda il 2010, la crescita attesa del nostro Pil che era stata stimata ad aprile (data del precedente Outlook) al +0,8%, è stata ridotta al +0,5%, poco più della metà; il tasso di disoccupazione previsto è passato dal 9% al 9,1%; e  gli investimenti fissi sono passati da una diminuzione prevista dello  0,2% ad una che è quattro volte peggiore:  -0,8%.  E se analizziamo le previsioni per il 2011, il discorso è analogo: basti pensare, un dato per tutti, che il Pil  2011 che era accreditato agli inizi di aprile per un +1,7%,  oggi viene stimato solo per un +0,7%. Meno della metà di ciò che, già basso, era stato calcolato ad aprile.

Debolezza del commercio mondiale, debolezza della domanda dei paesi nostri tradizionali mercati di esportazione, manovre di aggiustamento, dinamiche salariali “pigre”, e tassi di disoccupazione alti, sono le gambe sulle quali tali previsioni sono basate.

Ebbene, e per ritornare al possibile link fra questi dati ed il dibattito teorico appena riassunto, è evidente che se i dati dell’Outlook si rivelassero quelli esatti, qualche riflessione nella scia di Krugman e compagni andrebbe probabilmente fatta perché, come lo stesso Outlook ci dice, anche i dati dell’aggiustamento, complice il basso Pil, non dovrebbero risentire molto delle attese manovre di aggiustamento. E di fatti, nella nuova previsione dell’Outlook, i dati attesi deficit/Pil dovrebbero aggirarsi intorno al 5% (2010) ed al 4,3% (2011) contro rispettivamente il 5,5% e 4,6% stimati poche settimane fa. Un miglioramento certo, ma non particolarmente rilevante, specialmente se si considera che l’obiettivo del Governo dovrebbe essere quello di riportare tale disavanzo al di sotto del 3% entro il 2012.

D’altro canto, a riprova del fatto che la strada degli aggiustamenti senza sviluppo può essere ancora lunga, il FMI scrive (maggio 2010) che se le previsioni del Governo italiano circa la crescita del PIL  (la Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica- maggio 2010- stima un +1% nel 2010, un + 1,5% nel 2011, e un + 2% nel 2012), dovessero essere ottimistiche, poiché è su tali  stime che si sono basati i su ricordati obiettivi di correzione dei conti pubblici,  potrebbero essere necessarie altre misure correttive. In breve, un possibile circolo vizioso fatto di aggiustamenti, bassa crescita, basso gettito, nuovi aggiustamenti. 

Ovviamente può darsi che le cose vadano un po’ meglio di come qui ipotizzato, e non a caso va segnalato che c’è un certo scostamento fra le valutazioni quantitative dell’Outlook  e quelle che,  negli stessi giorni, sono state elaborate  da altri Centri Previsionali ed altre  Istituzioni Finanziarie. Ma anche queste ultime previsioni hanno ridimensionato le loro attese per il biennio 2010- 2011.

L’OCSE, leggermente più ottimista, mentre lascia invariata la previsione circa la crescita del PIL (1,1% nel 2010, e 1,5% nel 2011), corregge i dati sul tasso previsto di disoccupazione: sei mesi fa era dell’8,5% (2010) e dell’8,7% (2011), ed il 26 maggio u.s., è diventato l’8,7% e l’8,8%.  Il FMI, più pessimista, aveva previsto pochi mesi fa un incremento del PIL dell’1% (2010) e dell’1,3% (2011), ma a maggio ha portato i due valori rispettivamente allo  0,8%, ed 1,2%.

Certo, la crescita del PIL prevista da queste Istituzioni finanziarie è sostanzialmente doppia rispetto a quella prevista dall’Outlook, e ciò fa riflettere e forse ben sperare) perché anche la Commissione Europea (maggio 2010) ha ipotizzato una crescita del PIL dello  0,8% (2010) e dell’1,4% (2011), e dati leggermente più positivi sono forniti anche da altri Centri di Ricerca quali, ad esempio il CER che (maggio 2010) prevede una crescita dello 0,9% (2010) e dell’1,1% (2011). 

E’ probabile quindi che le valutazioni dell’Outlook diano maggior peso agli effetti che l’aggiustamento che si sta effettuando in tutta Europa produrrà sulle domande interne dei singoli paesi (e di qui, sul commercio intra UE), ma al di là di tutto rimane il fatto che in Italia ed in Europa si cresce molto meno, e da troppo tempo, di quanto si cresca altrove.  Le stime del FMI sulla crescita del PIL sono in tal senso significative. A livello Mondiale, si prevede un +4,2% (2010) e un +4,3% (2011); per gli USA, rispettivamente un +3,1% e un + 2,6%; per i Paesi industrializzati, un +2,3% e un +2,4%;  e per i paesi emergenti, un +6,3% e un +6,5%. E ciò senza parlare di Cina (+10% e +9,7%) e India (+7,7% e +7,8%).  Viceversa, negli ultimi quindici anni, l’Italia è cresciuta mediamente molto meno della media dell’Eurozona, che a sua volta è cresciuta mediamente della metà degli Stati Uniti. E la cosa sembra continuare immutabile. Secondo i recenti dati, mentre fra il 2010-2014 l’economia americana creerà 10 e più milioni di posto di lavoro, in Europa le cose saranno come al solito diverse. In breve, il tema dello sviluppo dovrebbe meritare almeno la stessa attenzione di quello dell’aggiustamento fiscale, ed i dati fin qui riassunti, ce lo ricordano efficacemente.

In breve, se da un lato non si può non met tere mano agli aggiustamenti di alcuni paesi, e se gli aggiustamenti compiuti tagliando spese di cui sinceramente pochi ne sentono il bisogno, è opera meritoria, sarebbe altrettanto indispensabile e meritoria una seria riflessione sui nostri meccanismi di sviluppo economico.

In conclusione, una nota di cauto ottimismo. Secondo i dati Istat di pochi giorni fa, l’export dell’Italia è aumentato ad aprile del 15,2%, con alcuni andamenti sorprendenti: Prodotti tessili +10%; articoli in pelle, +21,7%; articoli in gomma e materie plastiche, +20,2%; metalli e prodotti in metallo, +20,3% (con i macchinari e gli apparecchi, settore che pesa nell’export italiano per il 19%, che ha fatto segnare un +3,2%). Inoltre, sempre secondo l’Istat, l’indice della produzione industriale è stato ad aprile ai massimi livelli dal 2000. In quel mese, rispetto a marzo 2010, esso ha fatto segnare un +1% e un +1,4% rispetto a febbraio.  L’aumento tendenziale è dunque del 7,8%, il più alto dal dicembre 2000 che aveva fatto segnare +8,5%. La Confindustria prevede addirittura che l’indice crescerà ancora di più a maggio (+1,8% rispetto ad aprile) con un dato tendenziale ancora più alto (+ 10,2%).

 

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The forecasts and analyses presented in the EY Eurozone Forecast are based on the European Central Bank’s model of the Eurozone economy. This model embeds state-of-the-art economic theory and techniques and is used by the ECB to produce its quarterly forecasts of the euro area.

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