Comunicato stampa

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Studio Ernst & Young: “rimbalzo” per il private equity

Nel primo trimestre 2010 il valore dei deal cresce del 59% rispetto allo stesso periodo del 2009 

Milano, 19 aprile 2010 - Secondo il nuovo studio Ernst & Young “2010 global private equity watch: New horizons emerge”, il 2009 è stato un anno difficile su tutti i fronti per il private equity, ma ha offerto una prova della flessibilità del settore nell’adattarsi ai cambiamenti del contesto economico. Il 2010 sta già mostrando livelli più solidi di attività, con i fondi impegnati a investire e disinvestire in un momento di maggiore stabilità.

Lo studio rileva inoltre che il private equity aveva già iniziato il “rimbalzo” nel terzo trimestre del 2009  e guadagnato forza con l’annuncio di alcuni importanti deal verso la fine dell’anno. Il trend positivo è proseguito nel primo trimestre 2010, con il valore dei deal che è cresciuto del 59% fino a 27 miliardi di dollari in 358 operazioni, rispetto ai 17 milioni su 415 deal nello stesso periodo dell’anno precedente.

Le valutazioni crescono, le IPO incontrano resistenze, su alcuni mercati sta tornando la leva finanziaria e alcuni secondary buyouts di alto profilo sono andati in porto. I fondi si stanno avvantaggiando del miglioramento dei mercati per comprare, migliorare le performance delle aziende in portafoglio e disinvestire in modo da assicurare ritorni ai limited partner prima di avviare la raccolta fondi del 2011”, dichiara Umberto Nobile, Private Equity partner di Ernst & Young.

I fondi continueranno a concentrarsi sulle performance delle aziende in portafoglio e manterranno uno sguardo attento sui debiti finanziari. Inoltre, la leva finanziaria sta iniziando a diventare più facilmente disponibile, specialmente negli Stati Uniti. Diverse sfide attendono il settore nei prossimi anni. Tra queste, un contesto normativo e fiscale incerto, la difficoltà nella raccolta e una costante preoccupazione riguardo alle condizioni e le scadenze del debito finanziario”.

A livello mondiale, nel 2009 il volume complessivo dei deal è calato rispetto al 2008 del 35% toccando quota 1.612, per un decremento del 56% nel valore, pari a 95,5 miliardi di dollari.


Il momento delle exit e di una probabile competizione per i target di qualità
 

Mentre il numero di acquisizioni è destinato a crescere gradualmente, i disinvestimenti lo faranno in modo più dirompente, interrompendo un digiuno che durava da sei trimestri consecutivi, fino all’inversione avvenuta nel terzo trimestre del 2009. Nel primo trimestre 2010 sono stati annunciati 104 deal in cui a vendere era un fondo di private equity; una cifra in crescita rispetto ai 78 dello stesso periodo del 2009. Sempre nei tre mesi in esame ci sono state 22 uscite per IPO sui mercati mondiali, a fronte di una sola nei primi tre mesi dell’anno precedente. Il ritmo delle uscite accelererà con il passare dei mesi.

La competizione per i deal probabilmente si intensificherà con l’entrata di gruppi finanziariamente solidi e pronti sia a vendere asset non core sia ad acquisire altre aziende. Stiamo già vedendo esempi di aste piuttosto movimentate ma anche situazioni in cui le aspettative dei venditori sul prezzo, alimentate dalle quotazioni in salita sui mercati borsistici, superano abbondantemente quelle degli acquirenti”, dichiara Nobile.


L’interesse dei fondi verso i paesi emergenti

I paesi emergenti, toccati in misura minore dalla crisi, stanno guidando la ripresa economica mondiale e hanno visto aumentare negli ultimi anni la propria percentuale di deal. Nell’ultimo decennio, i fondi hanno investito 7,3 miliardi di dollari in Brasile, 25,8 miliardi di dollari in Cina e 23,4 miliardi di dollari in India.

Nel 2000, gli investimenti in private equity in questi tre paesi totalizzavano rispettivamente 183, 80 e 1.100 milioni di dollari. Queste cifre sono destinate ad aumentare per via della porzione sempre crescente di raccolta indirizzata verso fondi dedicati ad investimenti globali, fra il 2003 e il 2009. 

Aggiunge Nobile: “I mercati emergenti possono aumentare la percentuale di deal che li vedono protagonisti in quanto per i fondi la prospettiva di ritorni superiori a quelli che si avrebbero nelle economie più sviluppate ha un peso maggiore rispetto ai rischi rappresentati dalle incertezze politiche, legali e strutturali in questo tipo di mercati. Alcuni sostengono addirittura che gli investimenti nei mercati emergenti siano meno rischiosi che altrove perché molti dei fattori che hanno portato alla “grande recessione” o non esistono o non hanno un peso così rilevante.

Outlook per il 2010

I segnali indicano come le prospettive per il 2010 siano incoraggianti, con un aumento dei deal e dei disinvestimenti all’orizzonte. Ci si aspetta di assistere a un maggior numero di transazioni concluse nel 2010 rispetto al 2009. In ogni caso, la dimensione dei deal dovrebbe essere inferiore rispetto a pochi anni fa, con gran parte delle transazioni sotto i 2 miliardi di dollari. Conclude Nobile: “Ci aspettiamo di vedere molta più competizione per i deal, perché i volumi ridotti consentiranno a un maggior numero di fondi di concorrere all’acquisto degli asset messi in vendita. Continuerà ad esserci un focus importante sui mercati emergenti man mano che diverrà abituale investire in economie in via di sviluppo. I fondi che avranno successo nella complessità del 21° secolo saranno quelli agili abbastanza da valutare le opportunità a disposizione nell’incertezza economica di oggi. Quei fondi che si differenzieranno nei prossimi anni emergeranno più forti nella lotta per conquistare capitali da un bacino ormai più ristretto, mentre per i meno brillanti la competizione si rivelerà davvero difficile da sostenere”.

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