Comunicato stampa

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E’ necessaria un’azione urgente nell’Eurozona per evitare una nuova recessione

Milano, 29 settembre 2011 - L’Eurozona ancora una volta è travolta da un’ondata di timori legati al debito sovrano. La minaccia di una nuova crisi estesa a tutti i paesi dell’area sta facendo decisamente crescere le preoccupazioni, secondo l’Autumn Eurozone Forecast (EEF) di EY.

 

Lo stallo della crescita estiva e uno scenario internazionale meno favorevole rispetto a quello prospettato dal precedente EEF fa presagire una crescita del PIL ad un anemico 1,1% per il 2012. L’EEF ha inoltre corretto le previsioni al ribasso per il 2011 dal 2% all’1,6%. Questo comunque a patto che venga promossa una ristrutturazione “ordinata” per la Grecia e vengano sostenuti tutti gli altri paesi in cattive acque.

 

L’EEF prevede che esista il 35% di possibilità che l’Eurozona entri in recessione se non vengono adottati provvedimenti immediati. Secondo l’EEF l’impegno verso una maggiore integrazione delle politiche fiscali è ora necessario soprattutto per i principali paesi membri per cui si vuole scongiurare una nuova crisi ormai alle porte e la BCE dovrebbe adesso attivarsi con misure aggressive e tagliare i tassi di interesse per stimolare la crescita dell’intera area.

 

Marie Diron, senior economic adviser dello Eurozone Forecast di EY ha commentato: “Nonostante gli aiuti di luglio alla Grecia, la situazione in tutta l’Eurozona è visibilmente peggiorata durante l’estate. La volatilità dei mercati finanziari, la lenta crescita dei principali paesi e la costante regressione dei paesi periferici mostrano che la crisi del debito sovrano probabilmente è destinata ad aggravarsi ulteriormente, minacciando così le prospettive di ripresa per il prossimo anno. Una crisi ancora più grave - rispetto a quella di luglio - del debito sovrano della Grecia sembra ormai inevitabile”.

 

Donato Iacovone, Country Managing Partner di EY in Italia ha dichiarato, “Questi sono tempi duri per l’economia dell’eurozona. Tutti devono collaborare per evitare una nuova crisi. Il tempo non è dalla nostra parte, bisogna agire subito”.

 

Le misure promosse sono focalizzate troppo sulla liquidità, più che sulle solvibilità

Nonostante il pacchetto di riforme messo a punto per la Grecia a luglio, la situazione non è migliorata. L’operazione di luglio ha dato un sollievo momentaneo alle casse di Grecia, Portogallo e Irlanda, ma si è concentrata troppo sulla liquidità e non abbastanza sulla solvibilità. L’incertezza generale e le preoccupazioni sui mercati si stanno ora spostando verso Spagna e Italia, che pesano in totale – a livello di mercato e di debito – molto di più rispetto a Grecia, Irlanda e Portogallo considerate nella loro complessità.

 

Diron ha commentato: “Affidarsi a cicli di austerity per ridurre i disavanzi alla lunga sarà controproducente – riforme più profonde, compresa la liberalizzazione dei mercati e un’accelerata nelle privatizzazioni sono necessarie se le economie periferiche vogliono davvero sfuggire all’onere di debiti insostenibili e riconquistare la fiducia degli investitori. Ma per beneficiare di queste riforme ci vorrà del tempo”.

 

Sono necessari azioni e impegni immediati

I gravi problemi che l’Eurozona affronta da tempo insieme alle diverse prospettive di crescita future per i paesi membri sottolineano la necessità di riforme immediate e aiuti costanti. In caso di default della Grecia, i governi dell’Eurozona devono avere un piano di sicurezza per garantire una gestione “ordinata” dei problemi. Si tratta della ricapitalizzazione delle banche nei principali paesi dell’Eurozona in difficoltà per le perdite che ne derivano. Inoltre richiede l’intera ricapitalizzazione del settore bancario della Grecia che il governo del paese non può affrontare in questo momento. Servono aiuti internazionali.

 

A lungo termine l’Euro-Plus Pact di Marzo avrebbe potuto essere un patto giusto per rafforzare la coesione, tuttavia, tempistiche di implementazione e ostacoli non giocano a suo favore. Inoltre non hanno raggiunto gli obiettivi sperati riforme come quella dell’Eurobond che insieme all’incremento quantitativo del fondo European Financial Stability Facility (EFSF) ha incontrato notevole resistenza politica. Queste misure potrebbero vincolare l’Eurozona assicurando la coresponsabilità del debito sovrano e placando le preoccupazioni sulle difficoltà di Spagna e Italia.

 

“Se l’area euro rimane nella condizione attuale è necessario un chiaro e concreto impegno da parte dei principali paesi per la realizzazione di una maggiore integrazione delle politiche fiscali. Molti paesi si opporranno a questa inevitabile perdita di sovranità, ma senza la possibilità di monitorare, controllare e finanziare le spese dei governi nell’Eurozona, non si può avere la certezza che la stabilità fiscale possa essere garantita una volta risolti tutti i problemi”, ha continuato Diron.

 

Dato lo scarso interesse da parte del mondo politico per tali riforme, c’è il rischio che i governi vengano sopraffatti dai mercati finanziari. L’EEF stima che esiste il 35% di possibilità che l’aggravarsi delle turbolenze finanziarie possa far provocare una recessione nell’area euro.

 

Crescita debole anche per i paesi principali

Diron ha spiegato: “Mentre all’inizio dell’anno sembrava probabile che i principali paesi dell’Eurozona avrebbero continuato a crescere, ora è forte il timore che l’instabilità dei mercati finanziari e la debole crescita negli Stati Uniti e nei principali mercati emergenti mettano in discussione questa prospettiva.”

 

Nei principali paesi dell’area euro si stima che il PIL crescerà di appena il 2% annuo fra il 2011 e il 2015, come nel decennio che ha preceduto la crisi. Al contrario, il PIL nelle economie periferiche secondo le stime crescerà solo dell’1,2% annuo fra il 2011 e il 2015, meno della metà rispetto al decennio che ha preceduto la crisi.

 

Prospettive di crescita deboli e incerte faranno slittare i piani di investimento considerando soprattutto che i costi di finanziamento per le banche sono in aumento e gli studi sulla condizione del credito suggeriscono che questo potrebbe tradursi in condizioni più sfavorevoli di finanziamento alle imprese. Allo stesso modo si prevede che i consumatori saranno prudenti dal momento che i redditi sono duramente colpiti da misure fiscali e dall’alta disoccupazione, che si prevede rimanga circa al 10% in tutta l’Eurozona ancora diversi mesi.

 

Qualche nota positiva

Le esportazioni secondo le stime rimarranno il principale motore di crescita, contribuendo fra il 2% e il 3% alla crescita totale del PIL nel 2011 e nel 2012. Il settore manifatturiero beneficia attualmente della forte domanda di esportazioni, in particolare da parte dei mercati emergenti. Ma gran parte di questa crescita servirà soltanto a coprire le perdite ed è oltretutto destinata a rallentare.

 

Il settore dei servizi alle imprese si svilupperà più velocemente rispetto all’economia in quanto l’area euro gode di una forza lavoro competente ed esperta. Il settore dei servizi finanziari potrebbe essere agevolato, inoltre, dalle nuove normative.

 

La BCE taglierà i tassi di interesse

Alla luce del quadro convulso, la BCE affronta una situazione sempre più difficile. Dopo l’aumento dei tassi di interesse ad aprile e luglio come risposta all’inflazione, la BCE aveva preannunciato di aumentare i tassi anche per la seconda metà del 2011. Tuttavia, il peggioramento della situazione ha stravolto i programmi. L’EEF si aspetta che la BCE taglierà i tassi di interesse alla fine dell’anno e nuovamente all’inizio del 2012.

 

Diron ha dichiarato: “Accogliamo questa prospettiva con favore e crediamo che la BCE debba abbassare i tassi di interesse al di sotto dell’1% in caso di crisi”.

 

La strada è tutta in salita

Uno scenario sempre più critico e rischioso dovuto al rallentamento sempre maggiore dell’economia statunitense e globale abbatterà ulteriormente per i prossimi due anni la crescita del PIL dell’Eurozona. Quest’ultimo ha recuperato solo circa i due terzi delle perdite registrato nel 2008-2009 e probabilmente ci vorranno ancora cinque o sei trimestri prima di tornare ai livelli pre-crisi. Tutto ciò solo presupponendo che ci si salvi da una nuova crisi con l’operazione “July Greek”, maggiori risorse per il fondo EFSF, un aiuto continuo dalla BCE e un maggiore impegno delle forze politiche delle maggiori economie, l’unica combinazione di sforzi che potrebbe contribuire a rendere più stabile lo scenario.

 

Commento a cura del Prof. Riccardo Paternò, Presidente EY Business School

L’Outlook per l’Italia della Ernst&Young Eurozone Forecast, ha un titolo che descrive con allarme la situazione italiana e ne dà una spiegazione che si ritiene perfetta nella sua sinteticità. Il titolo dice: “Short-term prospects are bleak, as fiscal austerity could drag the economy into recession”. E nel testo, si specifica: “Several factors could drag the economy into recession, with the main concern being that further austerity measures rely too much on tax increases and fail to focus on reform to boost growth”. Quindi, l’Outlook non se la prende con le misure di austerità in se, ma critica il come esse sono state declinate (troppe tasse) e il come esse non sono state accompagnate da adeguate politiche di sviluppo economico. Il punto è rilevante, e merita qualche riflessione.

 

Negli ultimi mesi, sia a livello nazionale che internazionale, una serie di economisti, primi fra tutti il premio Nobel P. Krugman, hanno sostenuto la tesi che le austere politiche di aggiustamento fiscale messe in opera un poco dovunque in Europa e, con qualche titubanza e con notevole moderazione, in USA, avrebbero dato il colpo di grazia alla ripresa economica ed avrebbero sortito l’effetto opposto sul fronte dei conti pubblici. Non ci sarebbe stata ripresa e, con la sua mancanza, non ci sarebbe stato neanche l’aggiustamento fiscale che dette politiche di austerità volevano raggiungere. E poiché i fatti sembrano dare loro parzialmente ragione, questo inno tout court ad una politica fiscale accomodante continua ad alimentare il dibattito economico.

 

Sul fronte opposto, altri economisti hanno invece sostenuto che l’aggiustamento è la priorità, e che lo sviluppo verrà dopo, spinto anche dal medesimo aggiustamento fiscale. Costoro sostengono che senza l’aggiustamento crollerebbe tutto perchè ci sarebbero default sovrani a catena e, con essi, ci sarebbero anche i fallimenti dei sistemi bancari che hanno fortemente investito in titoli del debito pubblico dei vari paesi europei. Anzi, essi aggiungono, si innesterebbe un circolo perverso e vizioso perchè anche gli Stati “forti” dal punto di vista della Finanza Pubblica, per non innestare i fallimenti dei loro sistemi bancari, dovrebbero sostenere i loro Istituti di Credito. Ma così facendo, da paesi “forti” diventerebbero paesi più deboli e, quindi, anche essi diventerebbero attaccabili dalla speculazione finanziaria. In breve, un inno tout court alle politiche di austerità, inno che sembra ugualmente trarre forza da ciò che sta avvenendo sul fronte delle turbolenze sui mercati finanziari e sugli incrementi degli spread sui titoli del debito pubblico dei paesi sotto tiro. Paradossalmente le due teorie traggono entrambi forza da ciò che avviene perchè la mancata crescita, specialmente in Europa, non è figlia dell’abbandono delle politiche fiscali permissive, ma dall’assenza di politiche strutturali tese allo sviluppo. E le turbolenze sui mercati finanziari non sono figlie delle poco rigorose misure di austerità, ma dal fatto che il rigore senza crescita non “tranquillizza” i mercati.

 

Pertanto, se è indubitabile che la posizione di chi vuole gli aggiustamenti fiscali (al di là di alcuni eccessi incomprensibili) non sembra possa avere valide alternative, è anche fuori discussione che il rigore sui conti pubblici, da solo, non porta da nessuna parte. Senza un adeguato tasso di sviluppo economico, infatti, qualunque politica fiscalmente restrittiva non potrà valere ad aggiustare dei conti fortemente dissestati. Per quanto si voglia essere rigorosi, operare dei tagli su bilanci composti per lo più di spese fisse, è di fatto complesso ed i tagli sul versante del welfare sono politicamente difficili. E’ evidente perciò che, specialmente nel brevemedio periodo, l’operazione “rigore” ha un limite obiettivo ed è solo dal lato delle entrate che si potranno ottenere risultati in tal senso significativi. Ricadendo con ciò, sul tema della crescita che non solo dà incrementi di gettito, ma allo stesso tempo riaggiusta tutti i parametri economici: tasso di occupazione, consumi, investimenti, e così via.

 

Quindi, e ritorniamo con ciò a quella “condivisione” di accenti con l’Outlook, è giusto ricordare che le politiche restrittive deprimono indubbiamente il reddito, ma è anche corretto segnalare che esse sono oggi ineludibili, per cui l’unica via di uscita non sta nel non farle, ma nell’affiancarle robuste politiche di crescita: “reform to boost growth” appunto. Ed è qui – come ricorda correttamente l’Outlook - che l’Italia sembra venire meno, dando così motivo per previsioni economiche particolarmente fragili e dando elementi alla Agenzia di rating S&P per effettuare il suo downgrading. Downgrading che, appunto, non è avvenuto perchè i nostri conti pubblici sono (per certi versi) peggiori di quelli di Francia o Germania, ma perchè noi non cresciamo e quindi non diamo garanzie, nel medio-lungo periodo, di poter continuare nell’opera di risanamento. Vale infatti a questo proposito ricordare che, al netto del costo dell’onere del debito pubblico, l’Italia presenta oggi un avanzo di finanza pubblica del 2% del PIL, contro un disavanzo sia di Francia che di Germania, le quali continuano a godere però della fiducia di S&P e dei mercati.

 

Quindi, il tema è la politica per la crescita. E qui l’Italia offre solo l’imbarazzo della scelta: non c’è pratica burocratica che non potrebbe essere snellita, non c’è settore economico che non potrebbe giovarsi di qualche liberalizzazione, non c’è azienda pubblica che non potrebbe essere privatizzata, non c’è Amministrazione Pubblica che non potrebbe essere “asciugata” nel personale e resa più efficiente nella sua funzionalità. E presumibilmente, si potrebbero ulteriormente affinare alcune norme in materia di diritto del lavoro, si potrebbe parzialmente ridisegnare una parte della struttura fiscale, e si potrebbe dare seguito ad una più selettiva ed efficace politica degli investimenti infrastrutturali pubblici. In assenza di tutto ciò, lo 0,4% di crescita del Pil che l’Outlook della Ernst&Young Eurozone Forecast ci accredita per il 2012, è probabilmente esatto, come è quasi certamente esatta la sua previsione che il rapporto debito/Pil continuerà a essere del 120% nel 2011, del 119,8% nel 2012, e del 117,6% nel 2013. E come è certamente centrata la sua critica che l’aggiustamento fatto con le ultime manovre poggia per due terzi sulle entrate: cosa che implicherà, nella sua previsione, una crescita dei consumi privati dello 0,7% nel 2011 e dello 0,3% nel 2012. Praticamente, andando così avanti, l’anticamera della recessione.

 

About the EY Eurozone Forecast 

The forecasts and analyses presented in the EY Eurozone Forecast are based on the European Central Bank’s model of the Eurozone economy. This model embeds state‐of‐the‐art economic theory and techniques and is used by the ECB to produce its quarterly forecasts of the euro area.

EY 

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Questo comunicato stampa è stato rilasciato da EYGM Limited, che appartiene al network di EY e che non fornisce servizi ai clienti.

 

 

 

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