Comunicato stampa

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EY: in crescita attività e profitti per il private equity nel 2010

- L’aumento dell’attività di disinvestimento rispetto ai due anni precedenti segnala un ritorno verso la normalità  

- Rendimenti guidati dalla crescita dell’EBITDA

-  Fondamentale la scelta del management fin dall’inizio per ottenere risultati migliori 

Milano, 14 settembre 2011 - L’attività del private equity, se si guarda all’attività di exit dagli investimenti, è cresciuta nel 2010 rispetto ai due anni precedenti, secondo “Return to warmer waters – How do private equity investors create value”, studio1 di EY che identifica due diversi report dedicati ai mercati europeo e nord americano.

 

Umberto Nobile, Private Equity Leader di EY per la Sub-Area Mediterranean dichiara: “Il PE ha mostrato una buona performance nel momento di uscita dalla recessione, come dimostra il ritorno dato dai disinvestimenti, in particolare se avvenuti tramite IPO. Il settore si è dimostrato molto più attrezzato per superare la crisi di quanto non si pensasse nel 2008. Sul lungo periodo, si prevede inoltre che le portfolio company continuino a far meglio delle società quotate”.

 

Disinvestimenti in Europa e Nord America nel 2010

In Europa ci sono state 57 exit nel 2010, circa il doppio rispetto a ciascuno dei due anni precedenti. Il ritorno delle IPO è stato uno dei driver più significativi di questa crescita, considerando che 11 exit sono avvenute tramite la quotazione in Borsa, il numero più alto in Europa dal 2006. Importante inoltre sottolineare che se le exit per IPO hanno rappresentato il 19% del totale in termini di quantità, questa percentuale sale al 56% se rapportate all’Enterprise Value (EV).

 

La ripresa delle exit è stata evidente nel 2010. In Nord America si è passati dalle 51 registrate nel 2008 e 76 nel 2009 alle 118 dello scorso anno. Il mercato ha iniziato a normalizzarsi mano a mano che i fondi hanno disinvestito dalle maggiori portfolio company nei vari settori, riaffermando la presenza di condizioni più favorevoli specialmente in relazione ai mercati azionari. I settori che meglio si sono comportati nel periodo esaminato sono stati quello dell’energy, seguiti da healthcare, industrials e technology.

 

Commenta Nobile: “Il valore medio dell’EV nel caso di disinvestimento per IPO è stato nel 2010 di 2,5 miliardi di euro in Europa, circa il doppio del precedente record del 2007. Ciò dimostra che i mercati azionari sono stati una scelta chiave per l’uscita dagli investimenti da parte dei fondi. Quanto detto vale anche per il Nord America, dove l’EV medio è stato di 1,1 miliardi di dollari”.

 

Un altro key driver della crescita delle exit è stato il ritorno dei secondary buyout.

 

Comunque, nonostante il miglioramento nel 2010, le difficili condizioni dei tre anni passati hanno portato a un ulteriore invecchiamento dei portafogli (4,2 anni sia in Europa che in Nord America). La carenza di corporate buyer dal mercato delle M&A pone una sfida alla ripresa del private equity. Data l’importanza di tali acquirenti, il mercato non si riprenderà completamente finchè i corporate buyer non ritorneranno a pieno regime.

 

Crescita guidata dall’EBITDA

Sia in Europa che in Nord America i rendimenti sono stati positivi grazie alla crescita dell’EBITDA tramite miglioramenti operativi, confermando così che è questo il principale driver nella creazione di valore del private equity, più importante dell’aumento dei multipli di valutazione o dell’utilizzo della leva finanziaria.

 

Dichiara Nobile: “Il risultato più eclatante degli studi è che nell’ambito dei miglioramenti operativi la crescita organica dà in proporzione l’apporto maggiore. In Europa rappresenta il 46% della crescita dei profitti nei sei anni analizzati dal PE Study, e in Nord America il 42%”.

 

Anche la riduzione dei costi ha avuto un ruolo importante nella creazione di valore da parte del private equity sia nel breve che nel lungo periodo. Ciò è ancor più evidente in Nord America, dove la recessione ha colpito più a fondo ed è durata di più. Il 30% della crescita dei profitti nei disinvestimenti nord americani è attribuibile alla riduzione dei costi.

 

Cresce la collaborazione con il management

Gli studi rivelano che sostituire il management in corso d’opera aggiunge in media alla durata dell’investimento 1,6 anni in Europa e 2 anni in Nord America, riducendo allo stesso tempo il ritorno sull’investimento dal 10% al 40%, a seconda del tipo di deal e della collocazione geografica. Non avere il giusto management all’inizio di un investimento può rivelarsi dispendioso per le imprese, soprattutto in momenti come questo difficili per l’economia. Entrambi i report evidenziano inoltre che il private equity ha aumentato il numero di partner operativi che lavorano a stretto contatto con il management per portare ulteriori miglioramenti alle imprese.

 

Continua Nobile: “E incoraggiante vedere che i driver di crescita organica nei diversi mercati hanno funzionato nonostante sia proseguita l’incertezza sui mercati. I fondi di private equity hanno dimostrato di poter resistere alla crisi lavorando di più con le portfolio company e il management, per aumentare il valore”.

 
Il futuro

Conclude Nobile: “Nonostante l’aumento dei disinvestimenti, l’incertezza nell’economia – con il rischio di una nuova recessione e la volatilità nei mercati azionari – pone un punto di domanda sul proseguimento di questa ripresa dell’attività. I corporate buyer non sono ancora rientrate a pieno nel mercato delle M&A, nonostante abbiano accumulato riserve significative di liquidità”. In ogni caso, il private equity dimostra che il modo attivo in cui partecipa agli investimenti permette di creare imprese più forti e profittevoli e che il settore rimane complessivamente solido.

 

 

EY 

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Questo comunicato stampa è stato rilasciato da EYGM Limited, che appartiene al network di EY e che non fornisce servizi ai clienti.

 

 

 

Per ulteriori informazioni stampa: 

Brunswick

Giovanni Moccagatta, Natasha Aleksandrov

tel: 0039 02 9288 6200

email: eyitalia@brunswickgroup.com