Comunicato stampa

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M&A: La sfiducia nella ripresa tiene al palo la voglia di acquisizioni

In Italia riduzione dei costi preferita alla crescita esterna

Milano, 19 ottobre 2012 - Le operazioni di M&A a livello globale hanno subito un doppio colpo sia a causa delle incerte prospettive dell’economia, che riducono l’appetito verso una crescita fondata su acquisizioni, sia per le preoccupazioni crescenti riguardo il valore delle società oggetto delle possibili acquisizioni. Secondo la settima edizione del Capital Confidence Barometer di EY, basato su una ricerca condotta lo scorso mese e che ha coinvolto oltre 1.500 senior executive di grandi corporations in 41 differenti Paesi, le continue preoccupazioni circa lo scenario economico fanno sì che sempre più le grandi aziende dichiarino di ricercare migliori performance tramite ottimizzazioni interne, strategia percepita come meno rischiosa in questo scenario rispetto ad una crescita sospinta prevalentemente da business combinations.

Il crollo della fiducia verso l’economia non è il solo fattore che smorza l’entusiasmo per le operazioni di M&A: un quarto del campione crede che il principale freno ai deal sia il gap tra la valutazione dell’asset in vendita e prezzo richiesto dal venditore. Dall’indagine emerge, infatti, che solo il 25% del campione prevede di portare avanti acquisizioni nei prossimi 12 mesi, la percentuale più bassa da quando il Capital Confidence Barometer è stato creato nel 2009, in diminuzione rispetto al 31% di aprile e al 41% di un anno fa. Il campione italiano riporta un valore in linea con il resto del mondo anche se in leggera crescita rispetto all’ultima rilevazione del semestre scorso (che si attestava comunque sui livelli più bassi in assoluto).

Sono sempre meno, inoltre, le imprese che pianificano di procedere a disinvestimenti nei prossimi mesi (dal 31% di aprile all’attuale 19%), il che implica un numero minore di potenziali venditori disposti a sedersi al tavolo delle trattative.

Andrea Guerzoni, Global Transaction Support Leader di EY, commenta: “Anche se nelle ultime settimane non sono mancate le buone notizie dai mercati e si è assistito alla riapertura di numerosi dossier da parte di corporate e private equity, permane in effetti un clima di generale incertezza sulle prospettive dell’economia mondiale che continua ad impattare negativamente sull’appetito delle grandi corporations per operazioni straordinarie “trasformazionali”. Il divario tra le valutazioni di venditori e acquirenti sconta differenti views sulla possibilità di assistere ad una ripresa, sull’esito della crisi dell’Euro e sull’effettiva capacità dei Paesi emergenti di mantenere il tasso di crescita degli ultimi anni anche in futuro. In Italia questo scenario è ulteriormente esacerbato dalla confusa situazione politica interna, dalle misure di austerity che deprimono i consumi e gli investimenti e dal credit crunch che restringe l’accesso al capitale di debito per effettuare operazioni di M&A".

Le aziende sono meno ottimiste sul futuro rispetto a quanto lo fossero ad aprile, non è un caso che la percentuale a livello globale di imprese colpite dalla crisi dell’Eurozona sia salita all’89%. Solo il 22% degli intervistati crede che l’economia mondiale stia migliorando (in calo rispetto al 52% di sei mesi prima), mentre il restante 78% del campione non ha visto miglioramenti nell’ultimo semestre. Contestualmente, il 31% delle imprese riporta un sentiment negativo (in aumento rispetto al 20% della precedente indagine). L’Italia, non sorprendentemente, domina la classifica dei primi dieci Paesi con la più alta percentuale di intervistati che dichiara di avere una visione negativa sull’andamento dell’economia locale (59%). Rispetto alle precedenti indagini, inoltre, la percentuale di intervistati ottimista rispetto all’andamento dell’economia mondiale è drasticamente diminuita, passando dal 49% e 53% rilevati rispettivamente ad aprile 2012 e nello stesso periodo dello scorso anno, al 13% dell’ultima indagine.

  

In questo contesto, il 27% degli intervistati prevede un calo delle valutazioni nelle operazioni di M&A, rispetto al 16% di un anno fa. Considerando le previsioni al ribasso del valore degli asset, sempre più aspiranti compratori potrebbero ritardare le loro mosse.

 

“Nonostante non manchi ai grandi player la possibilità di accesso al capitale, gli executive delle corporations globali dichiarano di adottare una strategia attendista”, continua Guerzoni. “Nel clima attuale, i buyer se non riescono a ‘leggere’ le performance future dei business target con sufficiente precisione (come nel caso di business caratterizzati da grandi backlog o con forte componente anticiclica dimostrabile dall’andamento del current trading) tendono ad offrire prezzi fortemente scontati rispetto ai valori di libro dei venditori (a volte anche a causa dello spread – paese applicato) costringendo di fatto questi ultimi a cristallizzare in caso di deal ingenti capital losses. In questo clima quindi le operazioni tendono a essere procrastinate o comunque caratterizzate da tempi di esecuzione molto lunghi”.

 

Grandi player, piccole operazioni

Con un sentiment in generale negativo nei confronti del mercato M&A, anche per i buyer le ambizioni sono relativamente modeste: più dell’80% del campione cercherà di portare a termine deal al di sotto di 500 milioni di dollari. La fotografia in Italia è ovviamente diversa e si prevede che la maggior parte dei deal sarà al di sotto dei 50 milioni di dollari (60%) e la restante parte al di sotto dei 500 milioni di dollari.

 

Guerzoni commenta: “Ci saranno senza dubbio meno transformational deal nei prossimi mesi, e quindi assisteremo ad un maggiore interesse in proporzione per operazioni minori o situazioni distressed. Gli executive danno chiari segnali di avversione al rischio, con una preferenza per le operazioni più piccole e tattiche. Tra le operazioni di dimensioni più rilevanti in Europa vi saranno alcuni secondary LBO che avranno come driver, più che motivazioni strategiche industriali, la necessità tecnica di alcuni fondi di PE di disinvestire i portafogli detenuti anche oltre il grace period e di altri di mettere a lavorare i denari faticosamente raccolti negli ultimi anni”.

 

Tra i potenziali dealmaker, è sempre più evidente che i mercati sviluppati stiano riguadagnando slancio come destinazioni preferite dagli investitori: Cina, Stati Uniti, India e Brasile si riconfermano quattro delle prime cinque destinazioni preferite dalle aziende che investono. Cresce la Germania nell’interesse degli investitori sostituendo l’Indonesia al quinto posto. In linea con il quadro globale, Cina, Brasile, India e USA risultano essere le principali mete anche per l’Italia, che continua però a guardare con interesse anche al Giappone, al terzo posto nella classifica delle principali destinazioni di interesse per potenziali investimenti.

 

 

Secondo le dichiarazioni degli intervistati, i settori più attivi nei prossimi mesi sotto il profilo delle acquisizioni saranno: Industrial Products (34%), Financial Services (32%), Oil & Gas e Consumer Products (entrambi al 28%). Tra i settori potenzialmente più soggetti a dismettere asset vi saranno anche Technology, Consumer Products e Automotive. Guerzoni commenta: “In Italia i settori Oil & Gas e Power & Utilities sono stati individuati dal 100% degli intervistati come i più attivi sotto il profilo delle acquisizioni per i prossimi mesi, poiché alcuni recenti cambi regolatori nel settore Energy hanno senza dubbio ridotto l’incertezza che pesava sulle decisioni di M&A”.

 

Riduzione dei costi e dell’indebitamento sono prioritari per il board

Anche se per il 41% degli executive la crescita resta il principale obiettivo, il dato è in forte calo da aprile e rappresenta, inoltre, la percentuale più bassa da ottobre 2010. Il dato è ancora più evidente se si guarda all’Italia, dove più della metà del campione riconosce nella riduzione dei costi e nella ricerca di maggior efficienza l’area di maggiore focus per il prossimo anno. Rispetto a sei mesi fa, l’ottimizzazione del capitale, tramite riduzione dei costi e ricerca di maggiore efficienza, è sempre più centrale per le imprese a livello globale. Contestualmente, la riduzione dell’indebitamento tramite l’uso della liquidità in eccesso è una priorità per il 31% del campione (rispetto al 18% del mese di aprile).

 

“Un numero sempre maggiore di executive sta cercando di proteggere la profittabilità ed incrementare i flussi di cassa attraverso riorganizzazioni aziendali, accelerazione nella realizzazione delle sinergie operative post-acquisition ed una più efficiente gestione del capitale circolante”, commenta Guerzoni.

 

Guerzoni conclude: “Cinque anni fa, tematiche quali controllo dei costi ed efficace allocazione dello (scarso) capitale disponibile sarebbero sicuramente state meno centrali nell’agenda del board, completamente focalizzata sulla ricerca di double digit growth. Oggi, invece, rappresentano dei driver cruciali per la creazione di valore, visto che per la crescita della top-line sostenuta dall’espansione delle economie globali si potrebbe dover attendere ancora a lungo”.

  

Lo studio
Capital Confidence Barometer è la ricerca EY effettuata su un campione di oltre 1.500 senior executive di grandi aziende in tutto il mondo e nei diversi settori industriali. L’obiettivo del Barometer è di misurare il grado di fiducia delle imprese nel futuro dell’economia, di individuare le priorità per i board nei prossimi 12 mesi e di identificare le prassi emergenti nella gestione del capitale, in grado di distinguere quelle aziende che costruiranno il proprio vantaggio competitivo nella continua evoluzione della situazione economica mondiale. Questo report è il settimo Barometer della serie iniziata a novembre 2009.

EY 
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