Considerazioni sulla prime applicazioni della metodologia VSP

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Considerazioni sulla prime applicazioni della metodologia VSP quale strumento per analizzare la relazione esistente fra gestione ambientale e valore economico d’impresa.

Dopo oltre 10 anni dalla prima definizione del modello VSP può essere utile tirare una sorta di bilancio sulle prime applicazioni che lo stesso ha avuto in questi anni.

Innanzitutto, va ricordato che il modello VSP (Value vs Sociale Performances) è un modello pensato e realizzato RGA (attualmente parte del Team Sustainability di EY), e peraltro con marchio depositato nel gennaio 2005, che consente di misurare l’effetto del comportamento socio-ambientale, o strettamente ambientale, di un’azienda sul suo valore economico.

E’ una misurazione di carattere quantitativo che trae spunto dalle più classiche metodiche di valutazione delle aziende basate sui fondamentali economici e finanziari di un’azienda (margini economici, costo del capitale, volume di affari, ecc.), e si completa di dati sul comportamento ambientale dell’azienda. Tali dati sono tradotti in grandezze monetarie che consentono, quindi, di stimare e sintetizzare, in termini di valore economico, i risultati che l’azienda sta conseguendo in relazione a una serie di parametri ambientali relativi a prelievi ed emissioni. Le considerazioni che possono essere formulate riguardano, innanzitutto, alcuni dati di fatto:

ci sono state diverse applicazioni del modello su realtà aziendali, anche abbastanza diverse fra loro, ma numericamente insufficienti per analisi di tipo statistico. Questo anche per effetto del fatto che questa nuova metodica di analisi è stata assai poco pubblicizzata e promossa;

nella maggior parte dei casi esaminati l’applicazione di questa metodica ha consentito di evidenziare che il valore economico di un’impresa trae beneficio dalla costruzione di un sistema di gestione ambientale;

il prevalere, nella prassi professionale, di riferimenti agli andamenti delle quotazioni di borsa, ovviamente per le sole aziende quotate, per analizzare la relazione esistente fra valore economico di un’azienda e il suo comportamento ambientale; in altre parole, questo tipo di riferimento è apparso essere il più utilizzato in questi anni, trascurando, quindi, completamente prassi e metodiche legate, come il modello VSP, ai dati economici e finanziari di base delle aziende.

I tre elementi sopra richiamati favoriscono la seguente considerazione complessiva: è ancora poco sviluppata la ricerca sul contributo che le tematiche ambientali possono fornire al miglioramento dei rapporti dell’azienda con i suoi interlocutori, soprattutto con quelli dalla stessa considerati come privilegiati, e, più in generale, al perseguimento dei suoi obiettivi strategici.

Al di là, infatti, dei limiti che il presente modello può presentare da un punto di vista scientifico, sui quali comunque sia a livello accademico che aziendale non sono mai emersi particolari spunti di miglioramento, e pur tenendo conto degli effetti derivanti dalla già richiamata mancata sua promozione, il richiamo esclusivamente ad analogie e confronti con i dati di borsa fornisce una chiara indicazione di tendenza; ovvero che la propensione naturale è quella di considerare la variabile ambientale ancora come un costo, come una grandezza che in quanto tale non merita lo svolgimento di ricerche e approfondimenti che ne legittimino una natura diversa. Al contrario, nei casi in cui si è pensato che qualche spunto positivo, almeno da un punto di vista economico, poteva essere individuato, si sono ricercati approcci non adeguati per il relativo approfondimento, ossia quello dell’analisi degli andamenti delle quotazioni delle aziende comparabili ritenute “ambientalmente corrette”.

Tale approccio è, per tali finalità, certamente fuorviante almeno per le seguenti considerazioni:

notoriamente le quotazioni di borsa, oggi come in passato, sono influenzate da fattori e variabili che ben poco hanno a che fare con il comportamento ambientale delle aziende, anche di quelle che si possono considerare “ambientalmente corrette”;

le aziende quotate alla borsa valori sono, almeno in Italia, meno dell’1% di quelle non quotate; pertanto considerazioni, per quanto valide e sostenibili, sulle prime, hanno poche basi concettuali e quantitative per essere ragionevolmente traslate sulle seconde;

la complessità della variabile ambientale, per la sua forte presenta nei processi tecnologici e organizzative di un’azienda, richiede approcci analitici che ben distano, quanto a dati e informazioni da analizzare, da esclusive considerazioni di generali comportamenti ambientali e di parametri di borsa.

Rimangono, quindi, per il quadro generale così delineato, ampi spazi di ricerca e di approfondimento per far evolvere la variabile ambientale verso confini più ampi di quelli assai ristretti di rischio aziendale in cui, almeno in parte, è ingiustificatamente relegata.

 

13 marzo 2017

 

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