A seguito dell’analisi degli scenari macroeconomici e settoriali, si è tenuta una tavola rotonda dedicata all’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo delle imprese che è stato affrontato da diversi punti di vista grazie agli interventi di Francesca Campolongo, Direttore Digital Transformation e AI, JRC/European Commission; Nicola Nobile, Chief Italy Economist, Oxford Economics; Carlo Chiattelli, Partner, People Consulting Leader, EY Italia; Valentina Meliciani, Professoressa di Economia applicata e Direttrice del LUISS Institute for European Analysis and Policy; Emiliano Micucci, Head of Global Economics, Social Impact & Economic Policy Advisory, ENEL; Marco Valli, Chief Economist, UniCredit, guidati dalla moderazione di Walter Galbiati.
La prospettiva macroeconomica
Nicola Nobile, Chief Italy Economist di Oxford Economics, ha inquadrato l’impatto economico dell’intelligenza artificiale in un contesto segnato dal ritorno di fattori strutturali di stagnazione, come demografia e debito, che penalizzano in particolare le economie mature europee. Sul fronte della produttività, ha messo in luce l’ampia eterogeneità delle stime disponibili: si va da valutazioni molto caute, intorno all’1% in dieci anni, a scenari più ottimistici che arrivano al 6‑7%. Le differenze dipendono soprattutto dalle ipotesi sulla diffusione della tecnologia e sul risparmio di ore lavorate. Le stime di Oxford Economics, basate su evidenze microeconomiche statunitensi e su uno scenario di penetrazione dell’AI tra il 30 e il 40% nel prossimo decennio, indicano per gli Stati Uniti un aumento della produttività intorno al 3%. Trasferire questi risultati all’Europa è però complesso, a causa di frizioni legate a regolazione, competenze, finanziamento ed energia. I primi effetti macro sono visibili soprattutto negli Stati Uniti, mentre nell’Eurozona l’impatto resta per ora limitato. In un contesto di crescita strutturalmente bassa, l’AI rappresenta un’opportunità, ma l’adattamento europeo procede lentamente.
Tecnologia, imprese e lavoro
Una general purpose technology, paragonabile alle ICT, ma con elementi di discontinuità. Questa la definizione di AI con cui Valentina Meliciani, professoressa di Economia applicata e direttrice del LUISS Institute for European Analysis and Policy, ha aperto il suo intervento. Come in passato, ha precisato, gli effetti sulla produttività possono emergere con ritardo, perché richiedono investimenti complementari in competenze e organizzazione. Tuttavia, l’AI non incide solo sull’efficienza, ma modifica il processo stesso di innovazione, riducendone i costi e accelerandone i cicli, soprattutto per le imprese dotate di dati e capacità organizzative. Questo rende probabili effetti più rapidi ma anche più diseguali, tra imprese grandi e piccole, settori e Paesi. Non a caso, gli impatti maggiori si osservano negli Stati Uniti, mentre in Italia, caratterizzata da una prevalenza di PMI e da servizi avanzati meno dinamici, i guadagni di produttività rischiano di essere più contenuti. Sul fronte del lavoro, Meliciani ha richiamato la distinzione tra esposizione all’AI e complementarità uomo‑macchina: molte professioni qualificate resteranno complementari alla tecnologia, mentre i rischi maggiori riguardano mansioni intermedie. Da qui l’esigenza di governare la transizione, investendo in infrastrutture digitali e istituzioni capaci di favorire la riallocazione delle competenze.
AI, energia e infrastrutture
Emiliano Micucci, Head of Global Economics, Social Impact & Economic Policy Advisory di ENEL, ha ricordato come l’intelligenza artificiale poggi su un’infrastruttura fisica ed energetica estremamente rilevante. Dopo anni di domanda elettrica stagnante in Europa, nei prossimi dieci anni si profila un cambio di scenario, con una crescita annua tra il 2% e il 3%, fino al 5% in caso di forte elettrificazione, trainata soprattutto dai data center. Oggi questi rappresentano circa l’1‑1,5% della domanda europea, ma la capacità installata potrebbe triplicare, rendendo la rete il vero collo di bottiglia della transizione digitale. Al tempo stesso, Micucci ha evidenziato il ruolo dell’AI come leva di produttività per il sistema energetico, grazie a manutenzione predittiva e ottimizzazione delle reti, che riducono costi e perdite. La sfida non è solo aumentare la generazione, ma investire massicciamente in reti di trasmissione e distribuzione. Gli investimenti attesi nel prossimo decennio sono dell’ordine di 2,4‑3,5 trilioni di euro e richiedono policy stabili. Per l’Italia, questa transizione è anche un’opportunità industriale: non solo ospitare data center, ma diventare parte attiva della filiera.
Competenze e skill mismatch
Nel suo intervento, Carlo Chiattelli, Partner e People Consulting Leader di EY Italia, ha portato l’attenzione sul disallineamento tra offerta di istruzione terziaria e domanda di competenze legate all’intelligenza artificiale, presentando i risultati di un recente studio EY sui 13 settori strategici del Rapporto Draghi. L’analisi, che ha mappato percorsi universitari e professionalizzanti in Italia, Francia, Germania, Spagna e Polonia, evidenzia un livello di copertura complessivamente contenuto, compreso tra il 30% e il 39%, a conferma di un gap rilevante nella formazione del capitale umano europeo. In particolare, l’offerta formativa risulta oggi più allineata ai settori industriali tradizionali che ai comparti digital core, mentre le carenze più rilevanti riguardano la dorsale tecnica delle competenze su intelligenza artificiale e data engineering. In un contesto caratterizzato da cicli tecnologici sempre più rapidi, Chiattelli ha sottolineato come l’evoluzione dei percorsi accademici, da sola, non sia sufficiente. Diventa quindi centrale investire nella formazione tecnica superiore e nella sperimentazione di nuovi modelli pedagogici, orientati ai task più che alle discipline, capaci di rispondere con maggiore tempestività ai bisogni del mercato e di sostenere la competitività europea lungo le catene del valore dell’AI.
Finanza e capitali per l’AI
L’intelligenza artificiale inquadrata da una prospettiva finanziaria è stata al centro dell’intervento di Marco Valli, Chief Economist di UniCredit. Per le imprese alla frontiera dell’AI, ha spiegato, servono capitali pazienti e ad alto rischio, come venture capital e risk capital, ancora poco sviluppati in Europa rispetto agli Stati Uniti. Questa debolezza spiega perché molte startup europee, nella fase di scale‑up, si spostino oltreoceano. Diverso il caso dell’adozione dell’AI nelle imprese tradizionali, oggi finanziata soprattutto con risorse proprie, a vantaggio delle aziende medio‑grandi. Valli ha evidenziato i limiti strutturali del sistema europeo: mercati dei capitali frammentati, private credit poco profondo e una quota significativa di risparmio che ogni anno fluisce verso l’estero. Da qui l’urgenza di completare la Capital Markets Union, coinvolgendo in particolare i fondi pensione, investitori naturali di lungo periodo. Guardando alle banche, ha rilevato, l’AI può migliorare il risk management, l’allocazione del credito e la personalizzazione dei servizi, accompagnando una riconversione delle competenze. Senza un rafforzamento dei mercati finanziari, il rischio è che l’Europa continui a finanziare la crescita altrui.
Le sfide dell’Europa
Francesca Campolongo, Direttrice Digital Transformation e AI del Joint Research Centre della Commissione europea, ha proposto una lettura diversa, rispetto alla narrazione mediatica, del ruolo dell’Europa: la regolamentazione non è un freno, ma uno strumento di stabilità che riduce l’incertezza e favorisce il mercato. In questo quadro si inseriscono AI Act, Digital Services Act e Digital Markets Act, che hanno introdotto regole chiare su rischio, concorrenza e responsabilità delle grandi piattaforme. Consapevole dei limiti di una regolazione che deve inseguire una tecnologia in rapidissima evoluzione, Campolongo ha spiegato come nel secondo mandato della Commissione Von der Leyen l’attenzione si sia spostata sugli investimenti. L’AI Continent Plan 2025 punta a mobilitare circa 200 miliardi di euro, anche attraverso le AI factories, che offrono a imprese e startup accesso a infrastrutture e potenza di calcolo. Centrale resta il tema delle competenze e del lavoro: gli studi più solidi non prevedono una distruzione netta di posti di lavoro, ma una trasformazione delle mansioni, con un saldo occupazionale positivo. Da qui l’importanza di politiche integrate su formazione, digitale, energia e finanza, e di strumenti come il Buy European, per rafforzare la sovranità tecnologica europea.