Venture Capital italiano tra crescita e trasformazione: ecosistemi, investitori e corporate alla guida del cambiamento

All’EY Venture Capital Talk investitori, corporate e istituzioni hanno discusso l’evoluzione del VC italiano: crescita degli investimenti, ingresso di fondi pensione e casse previdenziali, nuovi modelli di funding e ruolo strategico del corporate venture capital. Presentati anche i risultati dell’EY VC Barometer e le priorità per un ecosistema più aperto, competitivo e collaborativo nel 2026

Una crescita sostenuta, nuovi attori pronti a entrare nel mercato e un ecosistema che evolve rapidamente tra corporate, istituzioni e nuove generazioni di founder. È questa la cornice entro cui si è sviluppata la nuova edizione dell’EY Venture Capital Talk che si è tenuto lo scorso 15 gennaio presso Le Village by Crédit Agricole Milano. Dalla fotografia del mercato ai modelli emergenti di investimento, il confronto ha messo al centro le leve che possono accelerare lo sviluppo del venture capital nazionale e rafforzare il ruolo dell’Italia nello scenario europeo.

Le prospettive del mercato e il ruolo degli ecosistemi aperti

(L’introduzione di Marco Daviddi)

Ad aprire i lavori, moderati da Giampaolo Colletti, sono stati Marco Daviddi, Managing Partner di EY-Parthenon Italia e Ivan Barcellona, Managing Director di Le Village by Crédit Agricole Milano, che ha ospitato l’incontro. Daviddi ha sintetizzato lo stato del venture capital italiano, segnato nel 2025 da una crescita degli investimenti – circa 1,5 miliardi di euro, +32% vs. 2024 – sostenuta però dai round di maggiori dimensioni, mentre seed ed early stage restano fermi attorno agli 800 milioni. Una dinamica che evidenzia la necessità di ampliare la disponibilità di capitali e di favorire ecosistemi più aperti, con maggiore integrazione accademica e attrattività internazionale. Ha inoltre richiamato due indicatori chiave per misurare la competitività del Paese – attrazione di capitali esteri e andamento del VC – sottolineando come la crescita richieda un coinvolgimento più ampio di istituzioni, fondi pensione, casse previdenziali e corporate.

Nel suo intervento, Barcellona ha invece illustrato il modello di Le Village, un ecosistema “clamorosamente aperto” parte di una rete di oltre 50 hub tra Italia, Francia e Lussemburgo. Uno spazio dedicato a startup e corporate basato su open innovation, formazione e business matching, senza ingresso nel capitale ma con l’obiettivo di sostenere crescita e competitività. Con più di 100 aziende partner e iniziative che includono missioni nei principali hub globali dell’innovazione, Barcellona ha ribadito la missione del network: generare valore per il sistema Paese, in un contesto di crescente partecipazione e interesse verso l’innovazione.

La fotografia del mercato secondo l’EY Venture Capital Barometer

(Gianluca Galgano presenta i dati del VC Barometer)

Dopo i saluti introduttivi, Gianluca Galgano, Head of Venture Capital & Startup di EY Parthenon Italia, ha presentato i risultati dell’EY VC Barometer 2026, illustrando metodologia e principali trend del mercato. Il report, basato sui deal equity annunciati nell’anno, mostra una raccolta complessiva pari a 1,49 miliardi di euro, in crescita del 32%, a fronte però di una diminuzione delle operazioni (238 rispetto alle 292 del 2024) e di un forte aumento del ticket medio (+62%). Una dinamica che, ha spiegato Galgano, evidenzia un mercato in espansione ma polarizzato, con la crescita trainata da pochi round di dimensioni rilevanti.

L’analisi settoriale conferma una forte concentrazione della raccolta su cinque verticalideeptech, healthcare, software, energy e fintech – che insieme rappresentano quasi l’80% del totale. Tra i deal più significativi emergono Bending Spoons, al vertice per il terzo anno consecutivo, la realtà dual‑use Exein e diverse operazioni nel biotech e nella robotica. Sul piano geografico, l’Italia mostra un quadro stabile: il Nord catalizza la quasi totalità degli investimenti, con la Lombardia in posizione dominante, mentre il Centro cresce grazie al Lazio e il Sud registra una contrazione rispetto all’anno precedente.

Guardando al contesto europeo, Galgano ha ricordato come Francia e Germania mantengano valori intorno ai 6 miliardi, mentre la Spagna accelera superando i 2,6 miliardi. Per il 2026, ha concluso, sarà fondamentale trasformare la crescita “eccezionale” del 2025 in un percorso più strutturale, ampliando il numero di scaleup in grado di diventare campioni nazionali e valorizzando strumenti normativi e iniziative europee che possono favorire una maggiore disponibilità di capitali.

Fondi Pensione e Casse Previdenziali: nuovi motori per il Venture Capital?

(Il dialogo tra Andrea Ferretti e l’On. Giulio Centemero)

Prima di cedere la parola all’On. Giulio Centemero, Andrea Ferretti, Partner EY e moderatore del panel, ha introdotto il tema ricordando il potenziale impatto dell’ingresso di fondi pensione e casse previdenziali nel venture capital. Sulla base dei più recenti interventi normativi, Ferretti ha stimato la possibilità di mobilitare fino a 4 miliardi di euro, di cui circa 2 miliardi attesi nei prossimi due anni, un volume che avvicinerebbe rapidamente l’Italia ai principali ecosistemi europei. Un quadro che, ha affermato, conferma il ruolo potenzialmente trasformativo degli investitori istituzionali per la crescita del mercato.

L’On. Giulio Centemero, invitato da Ferretti ad aprire il panel, ha delineato il quadro normativo che sostiene il crescente coinvolgimento di fondi pensione e casse previdenziali nel venture capital. Ha spiegato come lo Scaleup Act rappresenti una parte di un intervento legislativo più ampio, pensato per rendere strutturale il supporto all’innovazione e alle PMI. Tra gli elementi principali ha richiamato il Fondo Nazionale Strategico Indiretto, già operativo con sette fondi approvati, l’obiettivo di sviluppare una classe di investitori domestici e misure come l’innalzamento del capitale minimo delle SIS che verranno a breve sostituite dai GeFIA e la trasformazione delle detrazioni in crediti d’imposta. Centemero ha inoltre evidenziato l’utilità di un testo unico che riordini una normativa oggi frammentata, collocando queste misure all’interno di una strategia volta a rafforzare l’intero ecosistema dell’innovazione.

(Il panel con, da sinistra, Andrea Ferretti, Anna Lambiase, Davide Turco, Alberto Oliveti e, collegato da remoto, Maurizio Grifoni)

Dopo l’introduzione dell’On. Centemero, il panel dedicato al ruolo degli investitori istituzionali ha riunito Anna Lambiase (CDP Venture Capital Sgr SpA), Davide Turco (Italian Tech Alliance), Alberto Oliveti (Enpam e Adepp) e Maurizio Grifoni (Fondo Fon.Te.), per analizzare l’impatto delle recenti misure normative sull’ingresso di fondi pensione e casse previdenziali nel venture capital.

Anna Lambiase ha evidenziato come il nuovo quadro regolatorio rappresenti un cambio di paradigma, creando condizioni fiscali e strutturali più favorevoli alla crescita dell’ecosistema e favorendo la collaborazione pubblicoprivato. Ha ricordato che CDP VentureCapital sta entrando in una fase cruciale del suo percorso, con nuovi fondi tematici e un crescente impegno nel fundraising, sostenuto anche da un fondo di fondi nazionale dedicato agli enti previdenziali, pensato per convogliare maggiori risorse verso i megatrend del settore, dall’intelligenza artificiale al biotech, dallo spazio alla transizione green.

Davide Turco ha invece accolto positivamente l’impostazione dello Scaleup Act, sottolineando come l’ingresso graduale del risparmio previdenziale rappresenti un tassello decisivo per la maturazione del mercato, in linea con quanto avvenuto nei principali ecosistemi internazionali. Ha richiamato l’attenzione su alcuni aspetti tecnici ancora da chiarire per rendere le norme pienamente operative, ribadendo l’importanza di sostenere la crescita dimensionale delle scaleup italiane, essenziale per competere nei verticali più capital intensive e generare ritorni adeguati per gli investitori istituzionali.

Il punto di vista dei fondi pensione è stato portato da Maurizio Grifoni, che ha ricordato come Fon.Te. investa già in venture capital e consideri questa asset class coerente con il proprio mandato di sostenere l’economia reale. Ha evidenziato la necessità di affinare alcune definizioni normative e ha posto l’accento sull’importanza di iniziative in grado di valorizzare i settori chiave per i propri iscritti, dal terziario al turismo, fino alle tecnologie per il retail e i servizi.

Alberto Oliveti, intervenendo per le casse privatizzate, ha evidenziato il loro ruolo nel sistema dei tre pilastri della previdenza italiana e la responsabilità di garantire sostenibilità a lungo termine. Pur riconoscendo il valore strategico dell’innovazione, ha ricordato che l’esposizione al venture capital deve essere calibrata rispetto agli impegni previdenziali e alle dinamiche di liquidità, pur confermando la forte presenza dell’Enpam sull’asset class e l’apertura a nuovi investimenti.

La discussione si è chiusa con una riflessione condivisa sulla necessità di strumenti che favoriscano una maggiore partecipazione degli investitori istituzionali, includendo tematiche come la territorialità, la verticalizzazione dei fondi e la possibile creazione di un mercato secondario per aumentare la liquidità degli investimenti. Un confronto che ha confermato il potenziale ruolo trasformativo di casse e fondi pensione nel sostenere la crescita dell’innovazione e nel contribuire alla costruzione di un ecosistema più maturo e competitivo.

Il nuovo Venture Capital: modelli emergenti, nuove generazioni di founder e un ecosistema che evolve

(Il panel con, da sinistra, FIammetta Mataloni, Lucrezia Lucotti, Lisa Di Sevo, Giulia Grassi e, collegata da remoto, Irene Mingozzi)

Il panel dedicato all’evoluzione del venture capital ha riunito Irene Mingozzi (Italian Founders Fund), Lisa Di Sevo (PranaVentures), Lucrezia Lucotti (360 Capital) e Fiammetta Mataloni (Nextalia Ventures), guidate dalla moderazione di Giulia Grassi di EY-Parthenon. Partendo dalla domanda “chi innova il venture capital?”, le relatrici hanno offerto uno spaccato aggiornato di un settore che sta cambiando rapidamente, tanto nella composizione dei fondi quanto nelle caratteristiche degli imprenditori supportati.

Irene Mingozzi, rientrata in Italia dopo dieci anni in Silicon Valley, ha sottolineato la forte crescita qualitativa dell’ecosistema italiano: founder più giovani, tecnici e con una visione globale, capaci di competere a livello internazionale. Italian Founders Fund, ha spiegato, investe in talenti italiani nel mondo e osserva oggi un livello di ambizione e competenze paragonabile a quello dei principali hub globali.

Lisa Di Sevo ha portato il punto di vista del seed, confermando un rallentamento apparente del numero di round early stage, legato però anche al crescente uso di strumenti non prezzati (come i SAFE) e allo spostamento naturale degli operatori verso fasi più avanzate. Ha evidenziato la maggiore maturità del mercato, dove iniziano a emergere founder di seconda generazione e dove l’early stage italiano, pur più contenuto nei volumi rispetto agli altri Paesi europei, sta contribuendo in modo concreto all’economia reale con ricavi, occupazione ed exit. È proprio questa capacità di generare valore tangibile a confermare il Venture Capital come una vera e propria opzione strategica di lungo periodo sulla crescita del Paese

L’intervento di Lucrezia Lucotti si è focalizzato su 360 Digitaly, fondo nato con il supporto di CDP e orientato a investire in società digitali capaci di costruire storie di crescita sostenibili e profittevoli, contribuendo all’innovazione di settori ancora caratterizzati da modelli obsoleti. ll fondo punta in particolare su aziende che guidano la trasformazione di mercati tradizionali attraverso il digitale, ad esempio tramite strategie di tech M&A roll-up, volte a consolidare operatori frammentati, e lo sviluppo di applicazioni verticali basate sull’intelligenza artificiale per migliorare l'efficienza e la competitività delle aziende italiane. 360 Digitaly si distingue inoltre per un approccio nazionale, con l’obiettivo di sostenere founder e imprese innovative in tutta Italia, favorendo la nascita di aziende tecnologiche solide e radicate nel contesto industriale del Paese.

Fiammetta Mataloni, infine, ha illustrato la strategia di Nextalia Ventures, focalizzata su startup B2B software in fasi più avanzate rispetto ai round seed. Nel suo intervento ha evidenziato come l’aumento dei round late stage in Italia stia iniziando a creare alternative domestiche alla raccolta internazionale, offrendo ai founder opportunità di crescita senza doversi necessariamente rivolgere all’estero.

Il panel si è chiuso con un confronto sul tema della diversity: oggi solo il 16% delle startup più performanti ha almeno una founder donna. Le relatrici hanno evidenziato come il tema sia ancora culturale e trasversale all’intero settore – dal dealflow dei fondi, al network degli investitori, fino ai ruoli di leadership nel venture capital – pur registrando segnali di miglioramento e una crescente visibilità di role model femminili. Un dibattito che ha ribadito come l’evoluzione del venture capital italiano passi non solo da nuovi modelli di investimento, ma anche da un ecosistema più inclusivo e capace di valorizzare talenti diversi in ogni fase del percorso imprenditoriale.

Corporate Venture Capital: il contributo delle grandi imprese alla crescita dell’ecosistema

(Il panel con, da sinistra, Andrea Birolo, Giorgio Ciron, Luigi Bianchi, Patrick Oungre, Andrea Riva)

L’ultimo panel, moderato da Giampaolo Colletti, ha riunito Giorgio Ciron (Assolombarda e InnovUp), Patrick Oungre (A2A Life Ventures), Luigi Bianchi (Fastweb + Vodafone), Andrea Birolo (Reale Mutua) e Andrea Riva (Crédit Agricole), fornendo una panoramica del ruolo sempre più strategico del corporate venture capital in Italia.

Giorgio Ciron ha evidenziato come, nonostante la centralità delle corporate nei principali ecosistemi internazionali, gli investimenti CVC italiani restino limitati – circa il 12–15% del totale – e ancora troppo distanti dai benchmark europei. Ha richiamato la necessità di un salto culturale che coinvolga soprattutto le PMI, che rappresentano la gran parte del tessuto imprenditoriale ma faticano a investire in innovazione. Tra le iniziative citate, i programmi di open innovation e il recente vademecum sul venture client, pensato per creare un linguaggio comune tra startup e imprese e favorire modelli più efficaci di collaborazione industriale.

L’intervento di Patrick Oungre ha riportato l’esperienza di A2A, che in pochi anni ha rinnovato il proprio approccio, trasformando l’innovazione da una funzione aziendale a una leva strategica. Un processo culminato nella nascita di A2A Life Ventures, un veicolo societario in grado di conciliare i tempi rapidi tipici del mondo delle startup con quelli più complessi dell’ambito corporate. Questo percorso è stato reso possibile grazie anche al lancio di 360 Life II, un nuovo fondo da 200 milioni in partnership con 360 Capital, e a un’organizzazione interna capace di accelerare la fase decisionale. Ad oggi A2A Life Ventures ha investito in oltre 70 startup ed ha sviluppato più di 300 progetti innovativi, confermando una strategia fondata sul valore industriale più che finanziario.

Lato telco, Luigi Bianchi ha illustrato l’approccio di Fastweb + Vodafone, basato su attività di accelerazione e venture building sviluppate in partnership con Founder Factory. Un modello che consente di esplorare mercati adiacenti – dall’AI alla cybersecurity, dall’energy alle soluzioni Industry 4.0 – sperimentando rapidamente nuovi prodotti con costi e tempi molto inferiori rispetto a quelli dei processi tradizionali. Bianchi ha inoltre sottolineato l’importanza di misurare l’impatto del CVC sulle metriche di business del gruppo e di rafforzare la collaborazione tra investitori, startup, università e grandi imprese.

Andrea Birolo ha descritto il modello adottato da Reale Mutua, dove il corporate venture capital è parte integrante del percorso di trasformazione del gruppo. L’approccio, attivo dal 2018, privilegia investimenti diretti guidati dalle esigenze delle business line, con l’obiettivo di costruire partnership industriali nei settori della salute digitale, della longevità e dei servizi per le famiglie. Una strategia che si innesta in un più ampio disegno ecosistemico, in cui il CVC opera come avamposto per intercettare innovazioni emergenti e posizionare il gruppo in modo competitivo sui nuovi mercati.

In chiusura, Andrea Riva ha raccontato l’esperienza di Crédit Agricole, che ha costruito un modello “glocal” partendo dal consolidamento degli hub territoriali dei Village, veri generatori di deal flow qualificato. Da questa base è nato un CVC che combina investimenti diretti con veicoli indiretti – inclusi fondi e acceleratori – per rafforzare la presenza sui territori e alimentare partnership pubblico‑privato. Una strategia che mira a favorire velocità decisionale, qualità progettuale e un ruolo più attivo della banca all’interno dell’ecosistema nazionale.

Nel giro di tavolo conclusivo sul What’s Next?, i relatori hanno richiamato l’urgenza di accelerare su cultura, collaborazione e rapidità: alfabetizzare il top management, rendere più snelli i processi di investimento, adottare metriche chiare legate al business e rafforzare il coordinamento tra corporate e startup. Un messaggio comune ha attraversato tutte le voci: per colmare il divario con i principali mercati globali, il corporate venture capital dovrà diventare una leva più diffusa, incisiva e strategica per la competitività industriale del Paese.

Tre leve per il futuro del venture capital in Italia

(Le conclusioni di Marco Daviddi, a destra, e Gianluca Galgano a sinistra)

Nel corso delle conclusioni, Marco Daviddi ha messo in luce i tre elementi che determineranno la crescita del venture capital italiano: una spinta pubblica chiara e continuativa, un rapporto più solido tra ricerca e innovazione e un ruolo più attivo delle corporate, essenziali sia come investitori sia come motore delle exit. Senza una combinazione di questi fattori, ha osservato, l’Italia rischia di rimanere indietro in un contesto globale sempre più competitivo.

Gianluca Galgano ha poi voluto ringraziare i team coinvolti, gli speaker e la community, sottolineando come l’EY Venture Capital Talk sia ormai diventato un momento fondamentale per fare il punto sull’anno trascorso e orientare le priorità dell’ecosistema. Ha ricordato l’importanza del lavoro di squadra che ha reso possibile l’Osservatorio e la giornata di confronto, evidenziando come la qualità dei contributi emersi confermi l’utilità di uno spazio comune di dialogo tra investitori, corporate, istituzioni e startup. Guardando al 2026, Galgano ha auspicato un anno di ulteriore crescita per il mercato e di nuove opportunità professionali per tutti gli operatori del settore, dando appuntamento alla prossima edizione.