(di Donato Ferri, EMEIA EY Consulting Leader e Europe West Consulting Leader e Andrea Scotti, Infrastructure and Capital Projects Leader EY Europe, Middle East, India and Africa)
Le expertise di EY per spiegare quali sono i fattori da considerare quando si immagina e si realizza un’infrastruttura, per far sì che quell’opera sia un investimento sul futuro. Per i cittadini, le amministrazioni pubbliche e le imprese di oggi e di domani
La riflessione mainstream sul tema delle infrastrutture, e su quella che è l’infrastruttura per eccellenza -la città- sconta da qualche anno un approccio viziato da un pregiudizio. Le infrastrutture sono considerate una sorta di “male necessario” per far funzionare le città. Sono invasive, sono ferro e cemento, aumentano la spesa pubblica e, come ci ricordano spesso le statistiche rilanciate dai media, sono responsabili del 75% delle emissioni di gas climalteranti nel mondo.
Il primo tema da affrontare è quindi quello di “socializzare” un cambio di paradigma necessario che posizioni lo sviluppo infrastrutturale urbano come opportunità di generazione di valore, sociale, ambientale, economico e di sviluppo. Questo cambio di paradigma è chiaramente e saldamente alla base delle nuove policies di sviluppo globale, europeo e nazionali ma solo in parte applicato e compreso a tutti i livelli dello sviluppo, utilizzo e gestione del “sistema urbano”
Innanzitutto è importante definire cosa si intende per “infrastruttura urbana” partendo da quello che è La città: la sintesi armonica di una rete complessa di infrastrutture, materiali e immateriali. Strade, ponti, stazioni, porti aeroporti, ma anche abitazioni, parchi, piazze, scuole, ospedali, parcheggi, campi sportivi, musei, luoghi di culto. In questo senso, l’infrastruttura urbana è un abilitatore di una funzione, o di un bisogno e come tale, è l’elemento dal quale i cittadini estraggono valore economico e significato sociale.
Per contestualizzare questo cambio di paradigma tra infrastruttura urbana come “costo” ad infrastruttura come “valore”, non va inoltre dimenticato che la città rappresenta la modalità più efficiente per organizzare e far funzionare una realtà sociale, in tutte le sue dimensioni e complessità: è la forma più efficiente dal punto di vista delle relazioni tra persone, dell’organizzazione economica, dell’ottimizzazione dei servizi e della gestione di consumi e delle emissioni.
Basta seguire le statistiche delle emerging economies (dove si può studiarne più chiaramente il processo di “urbanizzazione”) per confermare, ad esempio, che non solo il consumo energetico per-capita sia mediamente del 15% inferiore in centri urbani rispetto all’equivalente “rurale” ma che le fonti di energia utilizzate in centri urbani siano mediamente il 100% più sostenibili di quelle rurali.
Inoltre, seguire lo sviluppo delle emerging countries continua a confermare che le città -come centri di “human capital”- migliorino mediamente la loro produttività del 5% ad ogni doubling della popolazione, trovando delle forme non convenzionali come ad esempio a Dharavi nella megalopoli di Mumbai.
È questa la prospettiva rispetto alla quale dobbiamo imparare a misurare il valore e il significato di un’infrastruttura, non solo - come banalmente si tende a fare - considerare quale sia l’investimento per realizzarla, o quanto lavoro generi la sua realizzazione ma bensì individuare e quantificare il valore diretto o indiretto che i cittadini potranno estrarre da questi investimenti, con particolare attenzione ai ritorni di investimento di natura sociale.