Press release
06 mag 2026  | Milano, Italy

Agricoltura e transizione sostenibile: EY individua pattern e leve di policy per abilitare il sistema italiano

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  • Oggi in Italia solo il 20-25% delle aziende più strutturate è già in grado di conciliare la sostenibilità ambientale con la redditività.
  • Molti dei trade‑off osservati tra sostenibilità e redditività non riflettono limiti biofisici inevitabili, ma sono il risultato di scelte di mercato e di policy che non valorizzano pienamente i benefici ambientali generati dalle imprese agricole.
  • Lo studio EY individua cinque leve di policy: ampliare l’accesso alle tecnologie; progettare interventi territoriali basati sui risultati e non solo sulle pratiche; incentivare l’integrazione tra pratiche, dati e filiere; riconoscere economicamente il valore della sostenibilità; accompagnare nel tempo la fase di transizione in cui i costi precedono i benefici.

Milano, 06 maggio 2026 – Nel dibattito sulla transizione agricola, la sostenibilità e la redditività vengono ancora spesso presentate come obiettivi in contrasto. Le evidenze analizzate mostrano invece che, nel contesto italiano, la convergenza è già possibile e misurabile, ma resta confinata a una quota minoritaria del settore, dove sono presenti condizioni organizzative, tecnologiche e finanziarie adeguate. Il nuovo paper di EY “Sostenibilità e redditività nei sistemi agricoli” si propone di approfondire le condizioni territoriali e i fattori abilitanti per la scalabilità delle pratiche agricole.

Sostenibilità e redditività
nei sistemi agricoli 

Pattern, trade-off e condizioni di scalabilità nel caso italiano 

Un primo riscontro concreto arriva dall’agricoltura di precisione. A partire da studi dei primi anni 2000, le evidenze internazionali e nazionali hanno indicato la possibilità di ottenere incrementi di redditività superiori al 10%, accompagnati dalla riduzione dell’uso di fertilizzanti fino al 36% e di erbicidi tra il 47% e l’80% adottando tecnologie a dosaggio variabile – che permettono di distribuire l’acqua e i trattamenti dove serve realmente. In Basilicata, ad esempio, in alcune aziende cerealicole di 50-150 ettari, la gestione di precisione del grano duro ha permesso di ridurre l’impiego di fertilizzanti del 25%, senza registrare alcuna perdita di resa, ma anzi migliorando l’efficienza energetica complessiva del 13% e riducendo l’impatto climatico fino al 18%. Non si tratta di risultati isolati, ma che possono essere replicati in ampie aree produttive dell’Italia meridionale.

Anche sul fronte della gestione del suolo, le pratiche conservative e rigenerative mostrano benefici ambientali robusti, ma con una forte dipendenza dal contesto e dal tempo. Nei sistemi agricoli in cui il terreno non viene arato prima della semina (no‑till), le evidenze indicano un miglioramento dell’efficienza idrica compreso tra il 10% e il 25% e una riduzione dell’erosione fino al 60-90%. Dopo una fase di transizione di 3-5 anni, alcune sperimentazioni di lungo periodo nel Tavoliere delle Puglie hanno dimostrato livelli stabili di rese, mentre il carbonio organico del suolo aumenta di circa 9% su lungo periodo. Il nodo non si riduce all’efficacia delle pratiche: occorre tenere conto della capacità del sistema di accompagnare le imprese e i territori lungo una fase di transizione, che richiede capacità di anticipare gli investimenti, con benefici e risultati fortemente dipendenti dal contesto.

La lettura dei risultati cambia ulteriormente quando si osservano i sistemi integrati di filiera. Nel caso delle produzioni DOP e IGP, che in Italia generano un valore superiore a 19 miliardi di euro, la sostenibilità è parte integrante dell’architettura produttiva. In questi contesti, le regole disposte dai disciplinari e il posizionamento commerciale consentono di trasformare i requisiti ambientali in vantaggio competitivo, riducendo l’esposizione ai rischi tipici dei sistemi non organizzati.

Le evidenze mostrano che l’adozione di pratiche agricole sostenibili, come l’agricoltura di precisione o l’agricoltura rigenerativa, è in grado di generare valore economico, ma solo dove le condizioni sono allineate. Il problema oggi non è tecnico, ma di policy: finché le diverse forme di incentivo economico e i meccanismi di mercato restano frammentati, le sinergie continueranno ad essere appannaggio di una stretta minoranza di aziende. La sfida per il sistema Paese è trasformare questi casi avanzati in una traiettoria diffusa, rendendo adottabili le pratiche sostenibili anche per le imprese meno strutturate

I dati economici confermano che il trade‑off tra sostenibilità e redditività non rappresenta una legge generale del sistema agricolo italiano. Nel confronto tra le aziende considerate negli studi analizzati da EY, quelle con livelli elevati di sostenibilità mostrano una produttività del lavoro superiore di oltre il 70% (+71,6%) e una redditività quasi doppia rispetto alle aziende con livelli minimi. Sebbene queste differenze non rappresentino un nesso automatico, rendono poco plausibile l’idea che la sostenibilità comporti inevitabilmente una qualche forma di penalizzazione economica. Al contrario, suggeriscono che la scelta tra sostenibilità e redditività non è tra due alternative; piuttosto, gli sforzi delle imprese risultano ancora poco valorizzati ed economicamente ricompensati.

A partire dall’osservazione delle pratiche agricole che riescono già oggi a coniugare sostenibilità e risultati economici, EY individua cinque pattern ricorrenti, che consentono di leggere la transizione agricola in modo meno ideologico. Da questa lettura per pattern, e dalle condizioni che ne rendono possibile l’attivazione, discendono cinque direzioni di policy raccomandate nel paper di EY: estendere l’accesso alle tecnologie anche alla parte meno strutturata del settore; progettare interventi sensibili alle specificità territoriali; premiare l’integrazione coerente delle pratiche lungo l’intero sistema produttivo; riconoscere e valorizzare economicamente i benefici ambientali generati; sostenere nel tempo la fase di transizione, in cui costi, rischi e ritorni non sono ancora allineati. Un approccio che richiede di spostare il focus dalle singole pratiche alle architetture di policy necessarie per rendere i processi di transizione scalabili e strutturali nel tempo. Più che introdurre nuovi strumenti, la sfida oggi è costruire una cornice nazionale stabile e coerente che accompagni la transizione, allinei gli interventi lungo la filiera e renda finalmente visibile, anche sul piano economico, il legame tra sostenibilità, produttività e redditività agricola.