Un primo riscontro concreto arriva dall’agricoltura di precisione. A partire da studi dei primi anni 2000, le evidenze internazionali e nazionali hanno indicato la possibilità di ottenere incrementi di redditività superiori al 10%, accompagnati dalla riduzione dell’uso di fertilizzanti fino al 36% e di erbicidi tra il 47% e l’80% adottando tecnologie a dosaggio variabile – che permettono di distribuire l’acqua e i trattamenti dove serve realmente. In Basilicata, ad esempio, in alcune aziende cerealicole di 50-150 ettari, la gestione di precisione del grano duro ha permesso di ridurre l’impiego di fertilizzanti del 25%, senza registrare alcuna perdita di resa, ma anzi migliorando l’efficienza energetica complessiva del 13% e riducendo l’impatto climatico fino al 18%. Non si tratta di risultati isolati, ma che possono essere replicati in ampie aree produttive dell’Italia meridionale.
Anche sul fronte della gestione del suolo, le pratiche conservative e rigenerative mostrano benefici ambientali robusti, ma con una forte dipendenza dal contesto e dal tempo. Nei sistemi agricoli in cui il terreno non viene arato prima della semina (no‑till), le evidenze indicano un miglioramento dell’efficienza idrica compreso tra il 10% e il 25% e una riduzione dell’erosione fino al 60-90%. Dopo una fase di transizione di 3-5 anni, alcune sperimentazioni di lungo periodo nel Tavoliere delle Puglie hanno dimostrato livelli stabili di rese, mentre il carbonio organico del suolo aumenta di circa 9% su lungo periodo. Il nodo non si riduce all’efficacia delle pratiche: occorre tenere conto della capacità del sistema di accompagnare le imprese e i territori lungo una fase di transizione, che richiede capacità di anticipare gli investimenti, con benefici e risultati fortemente dipendenti dal contesto.
La lettura dei risultati cambia ulteriormente quando si osservano i sistemi integrati di filiera. Nel caso delle produzioni DOP e IGP, che in Italia generano un valore superiore a 19 miliardi di euro, la sostenibilità è parte integrante dell’architettura produttiva. In questi contesti, le regole disposte dai disciplinari e il posizionamento commerciale consentono di trasformare i requisiti ambientali in vantaggio competitivo, riducendo l’esposizione ai rischi tipici dei sistemi non organizzati.